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Brexit, 5 giorni per salvare l’accordo

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LONDRA AL BIVIO

Brexit, 5 giorni per salvare l’accordo

Theresa May lascia il 10 Downing Street ioggi a Londra
Theresa May lascia il 10 Downing Street ioggi a Londra

Lo showdown della Brexit è cominciato fra apparenti tecnicismi commerciali capaci, tuttavia, di risolversi nell'affondo politico mortale al governo di Theresa May. Fino all'11 dicembre Westminster manderà in scena cinque giorni abbondanti di dibattito parlamentare, epilogo al rallentatore del lungo confronto euro-britannico, laddove l'Europa non è più uno dei contendenti, ma solo l'oggetto del dissapore interno alla classe politica e alla società del Regno Unito.

L'11 dicembre ci sarà il voto sull'accordo firmato dalla premier Theresa May, ma prima di allora molte altre votazioni segneranno il cammino verso l'ultimo conteggio.Il primo segnale è stato assolutamente negativo per Theresa May che ha perduto la conta e si è vista costretta, per volontà del Parlamento, a pubblicare documenti che intendeva tenere riservati. Saranno, inoltre, presentati emendamenti all'intesa siglata dall'esecutivo con i Ventisette nel tentativo di attutire o rafforzare – a seconda dei gusti del deputato estensore della suggerita correzione – i legami futuri fra Londra e Bruxelles. Schermaglie in vista del voto sull'accordo globale euro-britannico capaci, però, di farci presto capire se davvero Theresa May sia politicamente spacciata come tutti gli indizi suggeriscono.

Sulla carta l’esecutivo non ha i numeri per far passare l'intesa raggiunta, ma sul voto espresso dai singoli deputati peseranno le pressioni che essi stessi subiranno dalla base popolare nei collegi elettorali.

Un dedalo delicato fatto di volontà trasversali agli schieramenti che abbatte gli ostacoli dei partiti, mischiando laburisti e conservatori liberati dall'approccio ideologico e ricompattati dalla visione dei singoli membri del parlamento verso l'Europa e soprattutto verso l'intesa negoziata da Theresa May.

Il fronte antigovernativo promette di essere composito ed eterogeneo, associando brexiters e remainers uniti nel pollice verso all'accordo sostenuto dal governo. Fronte tattico perché i primi capeggiati da Boris Johnson dicono di sognare lo strappo senza rete con l'Unione, mentre i secondi puntano al modello norvegese rafforzato dalla partecipazione all'unione doganale, oppure ad un secondo referendum. La leadership del Labour ha obbiettivi a brevissimo termine: far cadere la May e andare a elezioni anticipate.

Ipotesi quest'ultima che potrebbe indurre molti Tory oppositori al deal a sostenere comunque l'esecutivo pur di evitare votazioni che potrebbero davvero portare Jeremy Corbyn a Downing street e spedire decine deputati conservatori a casa.

Il prologo si vede in queste ore con la decisione di denunciare il governo per “disprezzo del parlamento” avanzata da laburisti, libdem, nazionalisti scozzesi, pezzi del partito conservatore e i deputati nordirlandesi del Dup, irritati dal “no” dell'esecutivo alla diffusione integrale del parere legale sull'accordo con l'Ue. Il governo si era limitate a divulgarne la sostanza, ma il Parlamento lo ha obbligato a pubblicare dettagli considerati imbarazzanti perché mettono nero su bianco il rischio di una partecipazione permanente e non a tempo, come si vorrebbe far credere, della Gran Bretagna all'unione doganale.

In realtà è esattamente così: se Londra e Bruxelles nelle future trattative non troveranno soluzioni alternative per risolvere il nodo irlandese – l'esigenza cioè che Belfast e Dublino possano commerciare liberamente esattamente come avviene oggi – tutto il Regno di Elisabetta rimarrà avvinghiato all'unione doganale. E quindi Londra non potrà firmare accordi commerciali autonomi, non ritroverà in ultima analisi la vagheggiata, piena indipendenza dall'Unione, pietra angolare della campagna referendaria del 2016.

La Brexit si è sgonfiata, ha perso ogni appeal anche per chi lo aveva subito, riducendosi ad un esercizio per limitare i danni senza alcun premio finale perché pretendere di godere dell'integrazione economica globale dal bastione di un recuperato sovranismo nazionale è, come si è sempre detto, una contraddizione insanabile, puro tentativo di presa del potere senza alcuna, sostenibile progettualità politica.

La conta che va a cominciare ci dirà presto il peso delle forze in campo in un crescendo verso lo scontro finale dell'11 dicembre. I democratici unionisti dell'Ulster , incerta stampella dell'esecutivo, hanno (quasi) tutte le carte in mano. Se la denunciata volontà di ritirare il sostegno a Downing street sarà riaffermato fino alla fine per Theresa May potrebbe davvero essere la fine politica. E per la Brexit di nuovo il punto zero.

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