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Torino e Genova unite a caccia di strategie oltre l’immobilismo

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Società

Torino e Genova unite a caccia di strategie oltre l’immobilismo

C’è stato un lungo periodo di tempo durante il quale Torino e Genova hanno vissuto un’esperienza analoga all’insegna dello sviluppo economico, dopo esser state divise, prima dell’unità nazionale, da contrapposte tradizioni politiche: l’una monarchica e cavouriana, l’altra repubblicana e mazziniana. Dagli inizi del Novecento divennero infatti delle robuste città-fabbrica: Torino attorno alla Fiat e a un folto nucleo di imprese metalmeccaniche; Genova attorno all’Ansaldo, agli impianti siderurgici e ai cantieri navali. La loro spiccata conversione all’industrialismo (la prima dopo il progressivo trasferimento a Roma capitale del suo folto ceto burocratico, la seconda dopo che la sua vecchia aristocrazia finanziaria non era più al centro del sistema bancario italiano) aveva contribuito, saldandosi con la polivalente vitalità di Milano, al decollo economico dell’Italia giolittiana.

Successivamente, all’indomani della lotta delle formazioni partigiane locali contro il nazifascismo e della rinascita democratica del nostro Paese, Torino e Genova trainarono, insieme al capoluogo lombardo e al suo entroterra, l’ascesa dell’Italia nel ristretto gruppo delle nazioni più avanzate dell’Occidente e assecondarono l’ingresso del Paese nella Comunità europea. Dopo di allora, negli anni di piombo sia la classe operaia torinese sia quella genovese, seppur protagoniste di una forte conflittualità sul terreno delle rivendicazioni sindacali, respinsero con fermezza i tentativi delle Brigate Rosse di coinvolgerle nei loro piani eversivi di destabilizzazione delle istituzioni.

Oggi Torino e Genova si trovano nuovamente accomunate: ma, a differenza del passato, ciò che ora le unisce è il rischio di incorrere in un mesto e avvilente declino, malgrado l’impegno profuso nel frattempo da parte delle loro élite (dopo il deperimento di una parte consistente dell’originario apparato manifatturiero di matrice fordista) per l’elaborazione e il varo di appropriate soluzioni economiche in linea con la Quarta rivoluzione industriale e le tendenze del mercato globale.

Il pericolo che ci si avviti in una spirale recessiva è stato pertanto ribadito ieri nel convegno promosso da Confindustria che ha chiamato a raccolta a Torino altre rappresentanze nazionali di categoria. Poiché la sindrome che affligge Torino e Genova, ma anche altre aree del nostro Paese, è dovuta ai timori del mondo imprenditoriale che la politica del governo giallo-verde stia generando una sacca angusta e mortificante di immobilismo economico e finisca così per moltiplicare le attuali emergenze e le incognite del futuro.

Di conseguenza verrebbe meno la possibilità coltivata dal capoluogo subalpino di diventare uno degli epicentri europei della Industria 4.0, dell’alta tecnologia e dell’intelligenza artificiale; per di più, l’avversione pregiudiziale dei pentastellati nei riguardi della Tav Torino-Lione per il trasporto merci su rotaia, qualora avesse il sopravvento, determinerebbe l’isolamento del Piemonte dall’Europa occidentale e avrebbe pesanti ripercussioni non solo sull’intera economia regionale.

Quanto a Genova, la decisione del ministro Danilo Toninelli di sospendere momentaneamente (in attesa dell’analisi costi-benefici) i finanziamenti per il quinto lotto dei lavori del Terzo Valico ferroviario ha aggravato ulteriormente (dopo il crollo del ponte sul Polcevera, che ha spezzato in due la città e la cui ricostruzione richiede oltre un anno di tempo) la situazione del capoluogo ligure. Anche perché non si intravede finora l’attuazione di un’efficace strategia in campo infrastrutturale per un’adeguata valorizzazione dello scalo portuale genovese in base agli stessi standard adottati con successo ad Anversa, Rotterdam e Amburgo.

Si spiega pertanto, stando così le cose, come sia venuta diffondendosi fra l’opinione pubblica l’impressione che Torino e Genova vengano costrette a ripiegare su se stesse rinunciando così alle loro vocazioni innovatrici, funzionali a una ripresa in forze e a un dinamico rilancio delle proprie potenzialità competitive. Di qui il profondo disagio e l’amarezza che stanno tenendo in forte apprensione quanti pongono giustamente e responsabilmente sul tappeto una questione cruciale che riguarda non soltanto il presente e l’avvenire della città della Mole e di quella della Lanterna, dato che si ha assoluto bisogno anche delle loro specifiche energie e capacità per rilanciare un processo di sviluppo e di modernizzazione all’insegna dell’Italia che lavora e produce.

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