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Investimenti, perché preoccupa il calo del Pil

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Commento|il mercato

Investimenti, perché preoccupa il calo del Pil

(Bloomberg)
(Bloomberg)

Il declino del Pil nel terzo trimestre (-0,1% sul precedente) preoccupa perché ha reso ancora più precaria la sostenibilità della manovra fiscale del governo. Ancor più preoccupante, però, la ragione dell’inversione di tendenza: non le esportazioni, che pur colpite da guerre commerciali e rischi geopolitici hanno contributo positivamente alla crescita (+0,1%); ma la caduta degli investimenti (-0,2%). Un segnale di allarme chiaro e forte, perché la dinamica dell’attività economica, e quindi il reddito degli ita-liani, dipendono prevalentemente dagli investimenti.

Nel decennio precedente la crisi del 2008, che corrisponde all’ingresso dell’Italia nell’eurozona, il Pil è cresciuto del 16,1%; gli investimenti hanno contribuito a questa crescita per il 43%. Nello stesso periodo, il rapporto tra investimenti e Pil è salito dal 18,9% al 21,6%. La successiva, profonda recessione ha ridotto cumulativamente il Pil dell’8,7%: un crollo riconducibile per l’83% agli investimenti, caduti al minimo storico del 16,7% del Pil. Nel 2013, il valore degli investimenti (depurata l’inflazione) era uguale a quello di 20 anni prima! Da allora a oggi l’economia è tornata a crescere, anche se molto lentamente, per un complessivo 4,8%; ma ancora una volta il contributo più rilevante (49%) è venuto dagli investimenti.

Basta questa semplice analisi della contabilità nazionale per capire che la promozione degli investimenti è l’unica via per avere più crescita, rendere sostenibile il debito pubblico e aumentare il reddito disponibile degli italiani. Ma il Governo sta facendo il contrario di quel che dovrebbe: preferisce la spesa corrente agli investimenti pubblici, penalizzando particolarmente quelli (tecnologia, mobilità, ambiente, formazione) che facilitano e incentivano quelli privati; non prevede incentivi fiscali per l’accumulazione di capitale fisico, umano e tecnologico (anzi, per quel che si capisce, potrebbe perfino ridurre quelli esistenti) né alcuna riduzione del carico fiscale sulle imprese o della regolamentazione. Il 45% degli investimenti totali sono oggi legati al settore “costruzioni e abitazioni”. Oltre a essere penalizzato da una carenza di investimenti pubblici e nessuno sforzo per migliorare l’efficienza delle amministrazioni centrali e locali, il settore è caratterizzato da un forte ricorso al debito. La politica fiscale del governo, però, aumentando il rischio Paese sui mercati finanziari, ha elevato il costo della raccolta delle banche, costrette a innalzare il tasso dei finanziamenti ipotecari per difendere un margine di interesse già scarsamente remunerativo (vedi il crollo dei titoli bancari in Borsa). Oggi il Cds a 5 anni (ovvero il premio per il rischio richiesto dal mercato) delle due maggiori banche, Intesa Sanpaolo e UniCredit, è di 190 punti (ma 284 Ubi, 347 Banco Bpm), rispetto a una media di 77 delle maggiori banche europee.

Inoltre, deprime le attese di profitto, determinante principale per sostenere i rischi economici intrinsechi in ogni decisione di investimento, con una politica industriale dirigista e interventista in cui prevale l’obiettivo del mantenimento dell’occupazione, con una logica assistenzialista, senza tener conto delle reali possibilità di risanamento. Il tutto accompagnato da una retorica anti-mercato, anti-impresa, anti-capitalismo, anti-finanza, che indubbiamente raccoglie vasti consensi, ma è un forte disincentivo per chi deve assumersi il rischio degli investimenti.

E senza investimenti privati, anche se ci fossero quelli pubblici, non ci può essere sufficiente crescita. E senza crescita, gli entusiasmi di oggi rischiano di trasformarsi nella rabbia di domani.

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