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Economia mista per migliorare il capitalismo

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il mondo che verrà

Economia mista per migliorare il capitalismo

(AdobeStock)
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Ultimamente mi hanno chiesto spesso se il capitalismo sia entrato in un vicolo cieco e sia il momento di rimpiazzarlo con qualcos’altro. Non so bene cosa sia questo qualcos’altro a cui pensano i miei intervistatori, e sospetto che non lo sappiano neanche loro. Non credo avessero in mente la pianificazione centrale, un metodo che chiunque, oggi, considera screditato. E non credo avessero in mente neppure qualche proposta implausibile di un sistema decentralizzato che non faccia affidamento su incentivi di prezzo e interesse egoistico, cioè che non faccia affidamento su un’economia di mercato con proprietà privata, che è la definizione che la maggior parte delle persone darebbe del capitalismo.

Forse sono ottuso o manco di immaginazione, ma mi sembra che la scelta sia ancora tra i mercati e una qualche sorta di proprietà pubblica, magari con una certa dose di decentralizzazione del controllo, ma sempre, più o meno, quello che si intendeva abitualmente con la parola «socialismo». E oggi tutti considerano il socialismo screditato oppure appioppano quest’etichetta a cose, come i programmi di protezione sociale, che non sono ciò che abitualmente si intendeva con quella parola. Ma mi sto chiedendo: il socialismo è davvero così screditato? Certo, nessuno oggi si immagina che la cosa di cui ha bisogno il mondo sia un secondo avvento del Gosplan, l’organismo a cui faceva capo la pianificazione economica centralizzata nell’Unione Sovietica. Ma davvero abbiamo stabilito che i mercati sono il metodo migliore per fare qualsiasi cosa? È opportuno che il settore privato faccia qualsiasi cosa? Io non credo. La verità è che ci sono alcune aree, come l’istruzione, dove il settore pubblico nella maggior parte dei casi se la cava chiaramente meglio, e altre, come la sanità, dove le basi per sostenere la superiorità del privato sono alquanto fragili. Sommati insieme, questi settori sono piuttosto consistenti.

In altre parole, se è vero che il comunismo ha fallito, è vero anche che continuano a esserci ragioni molto valide per sostenere l’opportunità di un’economia mista, e la proprietà e il controllo pubblico potrebbero essere una componente importante, anche se non maggioritaria, di questa miscela. Potrei dire che, basandoci su quello che sappiamo riguardo alla performance economica, si potrebbe immaginare un’economia piuttosto efficiente che sia solo per due terzi capitalista e per un terzo controllata dallo Stato. A queste proporzioni sono arrivato guardando i dati sull’occupazione. Quello che vediamo in questo momento è che perfino adesso, con tutte le privatizzazioni e cose simili che abbiamo avuto, l’amministrazione pubblica, nei suoi vari livelli, impiega circa il 15% della forza lavoro: più o meno la metà nell’istruzione, un’altra grossa fetta nella sanità e poi una combinazione di servizi pubblici e amministrazione.

Andando a guardare il settore privato, scopriamo che un altro 15% della forza lavoro è impiegata nell’educazione, nella sanità e nell’assistenza sociale. Una grossa fetta di questi posti di lavoro è pagata con soldi pubblici. E non c’è nessuna ragione per pensare che il settore privato sia in grado di fare queste cose meglio del pubblico: non è affatto ovvio che gli assicuratori privati forniscano un servizio che non potrebbe essere fornito, probabilmente in forma più economica, da un’assicurazione sanitaria nazionale; non è affatto ovvio che gli ospedali privati siano migliori o più efficienti di quelli pubblici; l’istruzione a scopo di lucro è praticamente un’area disastrata. Insomma, si può immaginare un’economia in cui l’istruzione, la sanità e l’assistenza sociale che attualmente sono gestite dal settore privato diventino per la gran parte pubbliche, con effetti sulla maggioranza delle persone, nella peggiore delle ipotesi, identici a prima.

Poi ci sono altre attività private che potrebbero plausibilmente essere svolte dallo Stato. I servizi pubblici sono un settore pesantemente regolamentato, e in alcuni casi le aziende sono già controllate da amministrazioni pubbliche. Le assicurazioni sanitarie private impiegano direttamente centinaia di migliaia di persone, con uno scopo sociale assai discutibile. In generale, altre aree, come il commercio al dettaglio o l’industria manifatturiera, non sembrano prestarsi efficacemente a un controllo pubblico, ma perfino lì si può immaginare qualche caso. Mettete insieme tutte queste cose e, come ho detto, vedrete un’economia che funziona bene con addirittura un terzo di proprietà pubblica.

Questo non appagherebbe chi odia il capitalismo. Non equivarrebbe neppure al vecchio slogan sul controllo da parte del Governo delle «leve» dell’economia: una metafora più appropriata sarebbe quella del Governo che controlla la caldaia condominiale nel seminterrato. Anche così, le probabilità che tutto questo, o anche solo una parte, possa accadere finché sarò in attività, mi appaiono nulle.

Ma penso che valga la pena provare a pensare un po’ al di là del nostro paradigma corrente, che dice che qualunque cosa possa essere definito socialista è stato un completo fallimento. Forse non proprio tutto?

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