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Diritto d’autore tra protezione e possibilità di adeguamento

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Società

Diritto d’autore tra protezione e possibilità di adeguamento

  • –di Zia

«Le leggi vigenti sul diritto d'autore e sui brevetti sembrano più un monopolio intellettuale che una proprietà» hanno scritto Brink Lindsey e Steven Teles nel loro recente libro sull’economia americana (The Captured Economy: How the Powerful Enrich Themselves, Slow Down Growth, and Increase Inequality). I timori che un’iperprotezione della proprietà intellettuale ostacoli l’innovazione e la sua diffusione ci sono sempre stati, ma hanno acquisito un maggior rilievo ora che la conoscenza è emersa come motore dominante dell’attività economica e del vantaggio competitivo.

Le tecnologie digitali hanno permesso la nascita di un’ “economia intangibile” basata su soft asset come algoritmi e linee di codice (SLOC), più che su beni fisici come edifici o macchinari. In questo contesto, le norme che regolano la proprietà intellettuale saranno decisive per i nuovi modelli commerciali e per ridefinire le società perché stabiliscono una ripartizione degli utili.

L’ossatura principale dell’attuale regime di proprietà intellettuale era stata pensata per un’economia molto diversa. Le norme brevettuali, per esempio, rispecchiavano la vecchia mentalità per cui una protezione forte era un incentivo essenziale per spronare l’innovazione commerciale. In realtà, i recenti studi di Petra Moser e Heidi Williams hanno dimostrato il contrario. Garantendo i vantaggi delle imprese tradizionali e facendo salire i costi delle nuove tecnologie, quelle protezioni vengono associate a un numero minor di innovazioni, nuove o derivate, a una minore diffusione e a una maggiore concentrazione del mercato. Questo ha contribuito a un maggior potere monopolistico, a un rallentamento nella crescita della produttività e a una crescente disuguaglianza in molte economie negli ultimi vent’anni.

I brevetti favoriscono inoltre pressioni e ricerche di rendita. La maggior parte dei brevetti non viene sfruttata per produrre un valore commerciale, ma per creare gineprai legali difensivi contro potenziali concorrenti. E più il sistema si espande, più aumentano i “patent troll” (ovvero l’acquisizione di brevetti per sfruttarli a fini meramente speculativi, senza svilupparli o utilizzarli) e le controversie. Le azioni legali contro i patent troll rappresentano più di tre quinti delle azioni per violazione di proprietà intellettuale negli Usa, con un costo di circa 500 miliardi di dollari fra il 1990 e il 2010. C’è chi vorrebbe smantellare il sistema di protezione dei brevetti, ma sarebbe una misura troppo radicale. Quella che servirebbe veramente è una riforma generale che cerchi di modificare le protezioni troppo ampie o troppo rigide, di adattare le norme alla realtà attuale e permettere che la concorrenza sproni l’innovazione e la diffusione della tecnologia.

Le riforme dovrebbero migliorare i meccanismi istituzionali garantendo per esempio che il sistema giudiziario non penda troppo a favore dei detentori dei brevetti. E poi andrebbero rivisti i brevetti stessi, abbreviandone la durata, introducendo clausole di perdita in caso di non utilizzo, e istituendo criteri più rigidi che limitino i brevetti a invenzioni veramente significative.

La chiave vincente potrebbe essere cambiare l’approccio “unico” del regime vigente con un approccio differenziato più consono all’economia di oggi. I brevetti hanno termini ventennali (il diritto d’autore di settant’anni e più in alcuni paesi, si veda l’articolo sotto). Ma se un termine relativamente lungo può essere adeguato per le innovazioni farmaceutiche che implicano sperimentazioni costose e protratte nel tempo, per gran parte delle altre industrie è diverso. Nelle tecnologie digitali e nei software, per esempio, i nuovi progressi hanno periodi di gestazione molto più brevi e basati su innovazioni precedenti in modo graduale, il che vuol dire che sarebbero auspicabili termini minori.

Naturalmente, se i legislatori decidessero di adattare i brevetti ai diversi tipi di innovazione, dovrebbero fare attenzione a non complicare troppo i regimi di protezione brevettuale. Trovare la giusta combinazione di riforme richiederebbe inevitabilmente una fase di sperimentazione, oltre a un attento monitoraggio dei risultati, in modo da apportare i dovuti aggiustamenti. Ma delineare le giuste riforme è solo una parte della sfida: i potenti interessi costituiti ne renderanno ardua l’attuazione a livello politico. Per fortuna, il bisogno di rivedere il sistema non è mai stato così forte. Se i difensori del sistema vogliono perseguire l’innovazione, dovrebbero essere aperti ad accoglierla.

I brevetti, tuttavia, non sono l’unico elemento importante dell’ecosistema dell’innovazione. Lo Stato promuove l’innovazione anche attraverso il finanziamento diretto alla Ricerca e allo Sviluppo e gli incentivi fiscali. E anche qui c’è bisogno di un intervento. La spesa pubblica in ricerca e sviluppo è finalizzata al bene pubblico della ricerca che produce diffusione della conoscenza sull’economia in generale. Ciononostante, la spesa per la Ricerca e lo Sviluppo negli Usa che all’inizio degli anni Ottanta era 1,2% del Pil, negli ultimi anni si è dimezzata. Questo mette ancora più in evidenza il bisogno di rilanciare i programmi di ricerca pubblica e garantire un largo accesso alle scoperte fatte.

Gli incentivi per la Ricerca e lo Sviluppo per il settore privato, sotto forma di sgravi fiscali, sovvenzioni o premi, devono essere resi equamente accessibili alle imprese. La riforma della legislazione sui brevetti potrebbe integrare quelle riforme, per esempio proibendo i brevetti di ricerche sovvenzionate dallo Stato che dovrebbero essere accessibili a tutti gli attori del mercato. Molte innovazioni rivoluzionarie elaborate commercialmente da aziende private sono frutto della ricerca pubblica. Fra gli esempi recenti, c’è l’algoritmo di ricerca di Google, le principali specifiche degli iPhone e anche Internet. Lo Stato dovrebbe pensare al modo di coinvolgere i propri contribuenti nei risultati positivi di questa ricerca, anche per rimpolpare i budget a disposizione per la Ricerca e allo Sviluppo. E il sistema fiscale ha un ruolo importante in questo senso. In un’economia sempre più ad alta intensità di conoscenza, la politica dovrebbe cercare di rendere l’innovazione più democratica per incoraggiare la creazione e la diffusione delle nuove idee e promuovere una sana concorrenza. E ciò significa riorganizzare un sistema della proprietà intellettuale che si sta muovendo nella direzione opposta.

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