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Se la Borsa diventa sempre più di Stato

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IL RUOLO DI PIAZZA AFFARI

Se la Borsa diventa sempre più di Stato

Esselunga risolve la successione tra gli azionisti eredi con un leveraged buyout, invece di farlo con una quotazione in Borsa. Damiani esce dal listino dopo 11 anni, evidentemente ritenendo la Borsa un impedimento ai propri piani. Vittoria Assicurazioni e Nice hanno appena fatto lo stesso. Ceramiche Richetti deve ristrutturarsi, ma lo fa tramite un private equity. Yoox si fonde con un gruppo straniero e rinuncia alla quotazione. Luxottica si fonde con Essilor e opta per il delisting a favore di Parigi. Prada è andata direttamente a Hong Kong. Magneti Marelli per il suo futuro preferisce il private equity alla Borsa.

Le imprese valutano sempre meno utile il ruolo di Piazza Affari per le operazioni cruciali alla loro crescita o ristrutturazione: aumenti di capitale, fusioni, acquisizioni, cessioni, leveraged buyout. In tutto il mondo il mercato “privato” dei capitali sta soppiantando quelli “pubblici”. Ma in Italia il fenomeno appare patologico.

Il risultato è che oggi al mercato principale sono quotate 242 società italiane, esattamente come 20 anni fa. Stabile anche il peso della capitalizzazione delle società private non finanziarie (36% rispetto al 33% del 1998), mentre quello delle società controllate da una entità pubblica è cresciuto dal 19% al 36%. Una Borsa sempre più al servizio dello Stato imprenditore. Negli ultimi due anni le società hanno raccolto in Borsa 24 miliardi ma ne hanno restituiti 44 agli investitori tra dividendi e Opa. La perdita di significatività della Borsa ha però anche un elevato costo sociale: viene meno il meccanismo più rapido e meno costoso di formazione e diffusione del valore del capitale a cui poter fare riferimento, oltre che il miglior strumento per aumentare la trasparenza.

Le ragioni sono molteplici, e l’opportunismo degli imprenditori è una delle più importanti. Ma il mancato sviluppo della Borsa indica chiaramente che le tante misure varate dai vari governi hanno fallito perché viziate da una profonda incomprensione del funzionamento dei mercati. Ultimo esempio la finanziaria che condiziona l’incentivo fiscale per i fondi Pir, con liquidità giornaliera, all’investimento nei titoli dell’Aim che però ha un volume di scambi risibile (mediamente 9,7 milioni di euro al giorno rispetto ai 2,5 miliardi dell’Mta).

Due i principali errori. Primo: una regolamentazione sviluppatasi 25 anni fa con il lodevole scopo di scongiurare abusi sistematici, è diventata un intricato e complesso sistema di regole che rende ogni operazione straordinaria costosa, lunga e rischiosa (per cui si opta per il delisting). A peggiorare le cose, una Consob che si interpreta più come “poliziotto” che reprime, che come agente di sviluppo del mercato, e che adotta un modus operandi legale-garantista piuttosto che economico-finanziario. Ma invece di affrontare il problema dell’eccesso di regolamentazione, i governi di fatto incoraggiano modalità per aggirarla: ormai un terzo dei titoli italiani è quotato all’Aim per via della sua regolamentazione ultra leggera, anche se poi gli scambi risibili non ne fanno una vera Borsa; e per le quotazioni si preferisce la Spac a un Ipo per le stesse ragioni. Un abuso di innovazioni peraltro meritorie.

Secondo: si incentivano i fondi per investitori individuali (come i Pir) che avendo una liquidità giornaliera non possono svolgere il ruolo di azionisti stabili di lungo periodo, indispensabili perché le imprese possano crescere, e quotarsi, garantendo a manager e imprenditori i capitali e il sostegno per i loro piani di sviluppo, a prescindere dalla volatilità del mercato. Bisognerebbe quindi incentivare un ruolo attivo degli investitori istituzionali, con fondi dotati di capitali stabili e a lungo termine, oggi quasi del tutto assenti. E che potrebbero svolgere anche l’indispensabile controllo sulla governance e sull’implementazione dei piani delle imprese: cosa che i fondi degli investitori individuali non possono né hanno l’interesse a fare.

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