Commenti

Il rischio di un’Europa orfana di Berlino

  • Abbonati
  • Accedi
nuovi equilibri

Il rischio di un’Europa orfana di Berlino

Non sarà solo lo scontro ideologico tra sovranisti ed europeisti a rendere importanti le prossime elezioni europee. Piuttosto, sarà decisivo se si costituirà di nuovo un baricentro politico attorno a Berlino, oppure se si consolideranno gruppi di Paesi contrapposti sulla base di interessi diversi. Guardare al voto di maggio, come si sta facendo in italia, concentrandosi sulle alleanze ideologiche, per esempio a fianco di Polonia e Ungheria, tra sovranisti o tra europeisti, rischia di posizionare il governo sugli interessi strategici sbagliati.

L’elemento di novità più forte, nel quadro europeo, è la minore centralità politica della Germania. Ancora nel 2014, per rendere più comprensibile il risultato delle elezioni parlamentari europee, le istituzioni comuni proposero di associare a ogni famiglia dei partiti – popolari, socialdemocratici e così via – un candidato alla guida della Commissione Ue. Il sistema fu chiamato con un nome, Spitzenkandidaten, che nessuno pensò di tradurre. L’influenza tedesca sulle scelte europee era tale, in quegli anni, da far sembrare ovvio che il nuovo vertice della Commissione nascesse con un battesimo celebrato in tedesco.

Nel corso degli ultimi cinque anni, tuttavia, la centralità tedesca si è attenuata drasticamente per diverse ragioni: la prima è l’esaurirsi delle riforme istituzionali europee che Berlino ispirava negli anni precedenti da una posizione di forza causata proprio dall’emergenza finanziaria; la seconda è l’uscita dalla scena europea di Wolfgang Schäuble e, in prospettiva, di Angela Merkel, che lasciano vuoti di personalità molto palpabili; la terza è l’ostilità del presidente Usa, Donald Trump, il quale identifica Merkel con l’agenda globalista di Hillary Clinton. Come sanno i lettori di queste colonne, la pressione sulla cancelliera era diventata tale che nell’autunno scorso Merkel ha concepito un’uscita dalla politica tedesca con l’aspirazione di essere chiamata a guidare la Commissione Ue. Merkel ha lasciato la guida del suo partito, ma la sua nomina europea resta un’incognita appesa ai futuri accordi di coalizione nel Parlamento Ue e all’opposizione degli Usa.

Il secondo elemento di novità è che nuovi equilibri si sono formati nel frattempo. La Germania non rappresenta più i Paesi della nuova “Lega anseatica”. Le dure prese di posizione di Olanda, Danimarca, Estonia, Finlandia, Irlanda, Lettonia, Lituania e Svezia, nel corso del 2018, hanno aperto una faglia tra un nuovo fronte di rigoristi-minimalisti e chi vuole più integrazione europea. La prima lettera degli otto Paesi fu pubblicata due giorni dopo le elezioni italiane. La seconda a metà luglio, in risposta alla “Dichiarazione di Meseberg” con cui Francia e Germania proponevano maggiore integrazione. La motivazione degli anseatici non è solo ideologica, bensì la volontà di preservare i privilegi fiscali che hanno garantito a molti di essi livelli di reddito superiori a quelli medi europei. Per farlo devono frenare l’integrazione fiscale e una base comune per la tassazione delle imprese in Europa, temi che fanno parte della dichiarazione di Meseberg.

Il terzo elemento di novità è che il cambio generazionale della politica apre a Berlino una sponda ai dubbi “anseatici”, non per nazionalismo, ma per una sfiducia “liberista” nelle capacità della politica di perseguire grandi progetti comuni. Il partito della cancelliera Merkel è spaccato in due e Schäuble, incassata la sconfitta di Friedrich Merz, il suo candidato alla guida della Cdu, sta riposizionando a destra le truppe in vista di nuovi equilibri politici, sapendo che l’attuale coalizione di governo con i socialdemocratici non dispone più di una maggioranza. Se ne vedrà traccia la prossima settimana nel rinnovato Trattato dell’Eliseo a cui le diplomazie francese e tedesca lavorano da anni. Sulla visione federale rischia di prevalere quella di un’unione tra nazioni, come dimostra l’appoggio di Parigi a favore di un seggio permanente all’Onu per la Germania anziché per l’Ue. I complessi sistemi di voto a doppia maggioranza nell’Ue sono considerati un freno a ogni iniziativa comune in considerazione della disomogeneità tra i 28 Paesi, aggravata dalle posizioni radicali dei Paesi di Visegrad, talvolta appoggiati dal governo italiano.

Il quarto elemento è una riflessione più ampia sulle alleanze attorno all’asse franco-tedesco. L’industria tedesca è molto allarmata dal potere cinese e quella francese è colpita dal potere americano esercitato nei confronti di Alstom. L’idea di una sovranità europea va ricostruita però attorno a nuovi equilibri. Nei giorni scorsi il Commissario Ue, Pierre Moscovici, ha proposto l’abolizione graduale dell’unanimità nelle decisioni europee in materia fiscale che dava agli anseatici un potere di veto. Intanto Parigi e Berlino si stanno accordando sugli incarichi di vertice delle istituzioni europee. In particolare, Jens Weidmann verrà rinnovato a capo della Bundesbank e dovrà rinunciare alla Bce, rafforzando, a bilanciamento, le chance di un tedesco a guida della Commissione. In vista di ciò, Merkel ha intensificato i rapporti con Paesi finora non centrali nella sua strategia, tra cui Grecia e Spagna. Mentre il governo italiano viene considerato imprevedibile, Madrid viene vista come parte del nucleo duro dei Paesi più integrati, secondo un linguaggio che, significativamente, ricorda le scansioni prefigurate da Schäuble nel 1994.

Il quinto elemento a Berlino è il vuoto di idee su Brexit, tuttavia, qualunque sarà l’esito, la porta sarà tenuta aperta per cooperare con il Regno Unito. Una specie di “modello norvegese” in grado di evolvere nel tempo. Di recente un ministro tedesco è arrivato a prefigurare un rapporto bilaterale tra Germania e Gran Bretagna, in considerazione degli interessi comuni. Dal punto di vista di Bruxelles, significa che i confini esterni, tra essere dentro o fuori l’Ue, si attenueranno. In ragione di ciò, può cambiare anche il rapporto con i Paesi dell’Est Europeo, che assorbono gran parte degli aiuti Ue, ma hanno preso orientamenti politici non cooperativi. La nuova architettura può dunque evolvere verso un nucleo europeo più forte o verso uno sfilacciamento dell’Unione. Molto dipenderà dalle residue chance di Merkel di guidare la Commissione.

© Riproduzione riservata