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La lezione di Brescia per l’industria

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alle origini del made in italy

La lezione di Brescia per l’industria

Se la nostra industria manifatturiera figura in Europa seconda solo alla “locomotiva” tedesca, lo si deve a un sistema produttivo che ha saputo dar vita nel corso del tempo a una feconda combinazione fra intraprendenza e ingegnosità, fra spirito d’iniziativa e capacità progettuali. Che è quanto costituisce il fulcro del made in Italy.

A questo risultato (di cui sono state artefici quattro generazioni di imprenditori, tecnici e maestranze), il Bresciano ha contribuito in modo eminente: sino a diventare una delle “aree forti” dell’economia italiana lungo un itinerario ora ricostruito da una pubblicazione (curata da Sergio Onger) dell’Associazione industriale bresciana in occasione del suo 125esimo anniversario.

La conoscenza del passato è una delle chiavi per capire il presente e costruire il futuro. Perciò risulta istruttivo quanto s’apprende dalle vicende di un’esperienza imprenditoriale di prim’ordine come quella bresciana. In pratica, se il settore metalmeccanico è stato inizialmente il suo asse portante (come è avvenuto anche in altre contrade della Penisola), il fatto che abbia poi agito da driver di un consistente processo di sviluppo fu dovuto a una sequenza di innovazioni tecniche e organizzative che ne hanno man mano implementato le potenzialità.

Alle origini della vocazione manifatturiera di una provincia prevalentemente agricola fra le Prealpi e la pianura padana, è stata senz’altro l’opera di mobilitazione attuata dalle autorità militari durante la Grande guerra, che, muovendo innanzitutto, nel caso del Bresciano, dalla valorizzazione di un’azienda specializzata da secoli nella produzione di pistole e fucili come la Beretta, diede luogo in breve tempo a una notevole espansione dell’industria armiera e di varie attività legate alla congiuntura bellica (dalla confezione di divise e calzature per l’esercito, al potenziamento degli impianti idroelettrici, dagli sviluppi di una chimica di base a quelli del settore alimentare). Ciò che ebbe poi a ripetersi durante il secondo conflitto mondiale: tant’è che l’industria bresciana toccò nei mesi precedenti la caduta del fascismo nel luglio 1943 un picco occupazionale di 130 mila addetti.

Successivamente furono determinanti per la riconversione post-bellica sia la crescita della produzione di macchine utensili e di mezzi di trasporto e di parti accessorie (dovuta a ulteriori investimenti nelle fabbriche e nelle reti ferroviarie e autostradali), sia quella del comparto tessile (per la ripresa della domanda interna di capi di vestiario civili). Vennero così ponendosi le premesse della performance che il Bresciano conobbe nel periodo del “miracolo economico”, grazie anche all’avvento del forno elettrico utilizzato da varie miniacciaierie che potevano disporre di rottame in abbondanza per produrre il tondino dalla rilaminazione. Di qui presero avvio, in particolare, le fortune di una piccola azienda come quella di Luigi Lucchini, uno dei tanti self made man, di modeste origini sociali, che costituirono nel difficile tornante della stagflazione, fra gli anni Settanta e Ottanta, lo “zoccolo duro” dell’industria italiana, per la vigorosa operosità e tenacia con cui seppero resistere, puntando i piedi, ai contraccolpi di una lunga congiuntura avversa.

Si spiega perciò tanto l’eccezionale diffusione dell’industria locale dal capoluogo all’hinterland che la progressiva comparsa, accanto ad alcuni big dell’imprenditoria “storica”, di un buon stuolo di unità produttive di medie dimensioni, efficienti e dinamiche, nei settori meccanico e siderurgico, ma pure, in varia misura, in quelli del tessile e dell’abbigliamento, della gomma e delle materie plastiche, dell’alimentare e delle costruzioni. E ciò in capo, in alcuni casi, a complesse operazioni di ristrutturazione e decentramento di parte delle lavorazioni, volte ad accrescere i livelli di flessibilità e produttività.

Dopo che dagli anni Novanta in poi s’è ispessito il tessuto connettivo di molte piccole imprese organizzate per distretti, secondo logiche orizzontali di specializzazione o in filiere autonome, oggi il settore metalmeccanico, con più di 98mila addetti, figura quasi alla pari (per numero di addetti) con Milano al secondo posto in Italia dopo Torino; mentre l’industria locale si colloca al quarto, tra le province italiane (dopo Milano, Torino e Vicenza) per il volume delle esportazioni (a cui concorrono anche imprese alimentari, di carta e stampa, chimiche e di gomma e pure il sistema moda). A conferma di una robusta propensione all’internazionalizzazione, in quanto le vendite all’estero rappresentano in media quasi tre quinti del fatturato complessivo delle aziende.

Fu perciò lungimirante il padre di Guido Carli, Filippo, segretario fra il 1916 e il 1928 della Camera di Commercio bresciana, a predire fin da allora il successo dell’industria locale.

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