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L'Analisi |falsi miti

Perché l’economia italiana ha bisogno di mercati più globali, non meno

Di che cosa parliamo, quando parliamo di globalizzazione. Negli ultimi giorni il presidente del Consiglio Conte e il ministro del Lavoro Di Maio hanno sottolineato il primo la correlazione fra la recessione e il calo della domanda internazionale – in particolare soffermandosi sul rapporto della nostra manifattura con la Germania e la sua industria dell'auto – e il secondo una – a suo dire – eccessiva dipendenza dell'economia italiana dall'export. Mettiamo in fila alcuni numeri. Illustriamo alcuni meccanismi di funzionamento della manifattura e del commercio internazionali. Giusto per ricordare come funziona l'economia italiana, come funziona l'economia europea e come funziona l'economia mondiale.

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Il sistema industriale italiano e la globalizzazione

Il sistema industriale italiano – non bisogna stancarsi di ripeterlo – è basato sul paradigma 20/80: il 20% delle imprese sviluppa l'80% del valore aggiunto industriale e ad esso si deve l'80% dell'export totale.

L'economia internazionale, per come si è conformata dai primi anni Novanta, funziona con le global value chains. Le catene globali del valore sono entità invisibili – e insieme concretissime – su cui corrono prodotti finiti e competenze industriali, beni intermedi e conoscenze industriali, tecnologie e servizi immateriali. Non è un discorso ideologico: è un discorso sulla fisiologia. Il tema non è se tutto questo sia giusto o sbagliato: la questione è che le cose funzionano così.

Scusate il gioco di parole: la ricchezza di una catena globale del valore è quella di creare nuovo valore assorbendo valore da fuori e generando alla fine della ricchezza che prima non esisteva.

Andiamo al dunque di che cosa è stata per l'industria europea la globalizzazione, a partire dal suo periodo aureo iniziato – fra la fine degli anni Ottanta e l'inizio degli anni Novanta - con la elaborazione negli Stati Uniti del Washington Consensus da parte degli intellettuali repubblicani e con le politiche democratiche realizzate da Bill Clinton alla Casa Bianca e in seno al Wto. Secondo la banca dati Made in The World di Oecd e di Wto, la quota di valore aggiunto di origine straniera nell'export europeo è pari al 27% nel 1995; questa quota sale al 32% nel 2000, al 33% nel 2005 e al 34% nel 2008; quindi, nel 2009 scende al 30 per cento. Cento euro di nuova ricchezza di prodotti fabbricati in Europa e venduti nel mondo nel 2008 – l'ultimo anno con una manifattura mondiale ed europea ancora sana, viva e vegeta, senza ancora gli effetti del fallimento di Lehman Brothers avvenuto negli Stati Uniti quel maledetto settembre - incorporano 34 euro di ricchezza assorbita da fuori Europa. Nel 2009, primo anno in cui lentamente ma inesorabilmente la caduta della grande finanza inizia a minare pure le basi della produzione industriale e del terziario avanzato, da 34 euro si scende a 30 euro: 4 euro in meno. Tanta roba. La Grande Crisi ha, da subito, rappresentato un sassolino in questo meccanismo.

L’impatto della crisi 2008

Con l'inizio della Grande Crisi, dunque, ci si attesta al 30 per cento. Ribadiamolo: strutturalmente, in quello che noi europei produciamo, un terzo del valore aggiunto è generato assorbendo e rielaborando valore aggiunto proveniente da fuori Europa. Si tratta, appunto, di valore aggiunto: quanto di buono, di nuovo, di innovativo esiste nei prodotti europei. Con la Grande Crisi innescatasi nel 2008 e con il più recente imporsi di un nuovo pensiero politico e pubblico contrario al libero commercio e favorevole alla fine di un mondo caratterizzato dal multi-lateralismo economico, questo meccanismo – ora gradualmente, ora radicalmente – viene quindi meno. E, quel 30% fisiologico, non esiste più. O, meglio, il sistema di networking globale viene – appunto adesso poco alla volta e inconsapevolmente, adesso violentemente e scientemente – consumato ed eroso, destrutturato e minato.

Le basi giuridiche e culturali, operative ed economiche, industriali e finanziarie, politiche e diplomatiche di quel 30% di valore aggiunto straniero contenuto nell'export della Vecchia Europa perdono dunque legittimità teorica e consistenza reale: non importa quale dei due elementi – se la legittimità teorica o la consistenza reale - venga prima, il risultato dell'equazione è lo stesso. E, così, questo 30% effettivo di valore aggiunto straniero contenuto nel'export europeo – è il caso di dire - non si sente tanto bene.

ITALIA GERMANIA A CONFRONTO
* Stime dei Governo. (Fonte: Imf)

Il confronto con la Germania

L'Italia e la Germania, in questi anni segnati dall'imporsi e poi dall'arretramento della globalizzazione dei commerci e della manifattura, hanno avuto in una prima fase un percorso comune: nel 1995 hanno entrambe una quota di valore aggiunto straniero contenuto nell'export compresa fra il 20 e il 22 per cento. Nel 2000 si assiste a un incremento di questa porzione, che per entrambi i Paesi si attesta intorno al 25 per cento. Nel 2005 la quota italiana sale al 27% e quella tedesca resta al 25 per cento. A quel punto, però, si verifica una divaricazione: nel senso che la quota di valore aggiunto di origine straniera diventa per l'Italia decrescente, mentre per la Germania è di nuovo crescente. Tanto che, nel 2008, la quota di ricchezza industriale straniera sussunta nell'export tedesco è pari al 28%, mentre quella introiettata nell'export italiano è pari a 22 per cento. La tendenza si acuisce nel 2009, con quella tedesca che resta al 28%, mentre quella italiana scende al 20 per cento.

Tutto questo serve a dire una cosa molto semplice: già prima della Grande Crisi nell'economia italiana – nel confronto relativo con la Germania, che ha la leadership funzionale e strategica sulla manifattura europea, ma anche rispetto alla media europea – non è vero che, nell'Italia e nei suoi prodotti industriali, c'è troppo mondo; nell'economia italiana – nei suoi manufatti – c'è meno mondo di quanto non vi sia nello standard europeo e nel riferimento tedesco.

IL PIL
Variazione congiunturale trimestrale

I benefici della catena del valore globale

Ogni valutazione sull'economia italiana – negli ultimi anni – è stata condizionata dai numeri in crescita – in valore assoluto – dell'export. Benissimo. Soltanto che, a un certo punto, si è creato un fenomeno particolare, poco osservato, potenzialmente insidioso: con l'imporsi della globalizzazione e con l'introduzione dell'euro, è prima salita e poi è scesa la capacità della nostra industria di assorbire, rielaborare e dare nuova vita a valore aggiunto sussunto, digerito e metabolizzato dall'esterno.

Questo può avere una spiegazione banale, ma potenzialmente drammatica: è vero che, anche con la Grande Crisi, esportiamo i nostri beni in misura crescente; ma è altrettanto vero che, nello stile e nei modi con cui siamo attaccati alle catene globali del valore, stiamo scendendo e stiamo perdendo posizioni, stiamo scivolando verso le parti delle catene globali del valore che, a loro volta, hanno meno valore aggiunto e in cui c'è meno futuro e meno sogno tecno-manifatturiero.

Abbiamo detto, all'inizio, che il 20% delle imprese italiane produce l'80% del valore aggiunto e dell'export. Tirate voi le somme se, in un sistema così caratterizzato dal deserto del mercato interno e da un rapporto in apparenza felice ma in realtà già ambiguamente critico con i mercati internazionali, la globalizzazione è stata – ed è – utile o dannosa o – se preferite – buona o cattiva.

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