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I pregiudizi che separano Italia e Germania

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Servizio |CULTURE A CONFRONTO

I pregiudizi che separano Italia e Germania

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Chi ha familiarità con la cultura tedesca o con la vita in Germania conosce diverse declinazioni del pregiudizio nei confronti dell’Italia che possono culminare in odio o amore, ma non le vuole considerare un linguaggio reale. Non può credere cioè che il pregiudizio sia davvero il cardine delle controversie, la grammatica sottostante agli scambi tra le due culture e le due società. Eppure, proprio la recente mancanza di sintonia tra italiani e tedeschi sembra troppo profonda per non nascondere giudizi reconditi.

La storia corrente dei due Paesi, in particolare all’inizio della crisi dell’euro, è esemplare. Gli imbrogli greci sui conti pubblici sono stati identificati come origine anche della fragilità italiana e l’intera crisi è stata inquadrata come una “crisi dei Paesi indebitati”. La sfiducia ha motivato regole sempre più stringenti, che a loro volta hanno indotto ulteriori infrazioni e un circolo vizioso di sfiducia. Almeno in parte, giudizi preordinati sulla natura di un popolo – infido, dissipato e indisciplinato, nel caso italiano; arrogante, egoista e ottuso, nel caso tedesco – hanno contribuito a degradare le sorti politiche dell’Europa intera.

Il lavoro di Klaus Bergdolt (Kriminell, korrupt, katholisch? Italiener im deutschen Vorurteil) docente di Storia ed etica della medicina all’Università di Colonia, porta alla luce un retroterra culturale tedesco carico di preconcetti nei confronti dell’Italia. Come altri, ne trova una radice soprattutto, ma non solo, nella riforma luterana e nell’identificazione della corruzione cattolica con Roma e quindi con l’Italia. La rassegna ci dice molto dell’ambiguo moralismo tedesco, ma altrettanto della storica amoralità italiana fotografata nell’arretratezza del Paese negli ultimi secoli. Tutto ciò, moralismo tedesco e arretratezza culturale italiana, sono ancora attuali, invisibili agli uni e agli altri finché si guardano allo specchio, ma non ascoltati se denunciati l’uno all’altro.

Ho sempre pensato che l’Italia avesse un ruolo figurato nel discorso pubblico dei Paesi avanzati. Fosse, cioè, un necessario esempio di vizio e instabilità, monito e alibi al tempo stesso, che consente ad altre società di accettare regole di comportamento rigorose, ma anche di scusare le proprie deroghe. L’enfasi sui mali dell’Italia proviene d’altronde prima di tutto dagli italiani, in parte per convenienze individuali e quindi ancora una volta per amoralità (affiora non appena si esprimono all’estero sul loro Paese); in parte perché corrisponde alla realtà. Tuttavia la dimensione del pregiudizio anti-italiano nella cultura tedesca remota assume toni agghiaccianti.

All’anti-cattolicesimo si affiancano le teorie dei popoli eletti, l’idealismo schilleriano, l’immagine hegeliana dello spirito del mondo o l’idea wagneriana dell’arte tedesca, distinguendo tra popoli superiori e inferiori. Anche se i giudizi ostili sull’Italia risalgono a prima della Riforma, è Lutero a diffondere l’immagine negativa e un’attitudine al monito e alla critica altrui che diventano regola, cioè moralismo, e di cui tuttora l’opinione pubblica tedesca non è nemmeno cosciente, proprio come non pensiamo alle regole della grammatica quando parliamo. Eppure, in un certo senso, l’essere tedeschi si può definire in rapporto al giudizio sull’Italia. L’etica protestante, in particolare, mettendo in relazione status sociale, successo economico e grazia divina, ha nell’Italia, cattolica e povera, l’antagonista più conveniente, al punto che alcuni visitatori tedeschi o inglesi, ancora nell’Ottocento, descrivono gli italiani del meridione come una via di mezzo tra uomini e animali.

Possiamo consolarci con le elegie di Goethe, ma nella rassegna di Bergdolt esse rappresentano il margine, non il centro dei fatti. Bergdolt denuncia l’arrogante convinzione con cui gli intellettuali tedeschi attribuivano a se stessi l’esclusiva capacità di dare significato all’arte italiana, senza rinunciare «ad argomenti cripto-razzisti». Questa retorica aveva qualcosa di contagioso e gli italiani diventarono per gran parte di tedeschi e inglesi «inaffidabili, superstiziosi, potenzialmente criminali» e moralmente inferiori. Non è una scusa, sostiene Bergdolt, che dal Risorgimento i piemontesi avessero gli stessi pregiudizi nei confronti del Sud. Perfino Freud nel Novecento visitando Napoli fa ricorso a giudizi di totale disgusto e rifiuto.

Con acutezza, Bergdolt vede nel pregiudizio una forma convenzionale per consolidare l’essere tedesco. Cita corrispondenze dei giornali di Francoforte come esempi ottusi di abuso del pregiudizio per compiacere il lettore tedesco. Un esempio che oggi non ha perso interesse.

La lettura del saggio è fino a tre quarti traumatizzante. Ma anche il messaggio, poco esplicitato, è potente. Abbiamo sempre pensato che l’integrazione europea avrebbe uniformato le istituzioni, le norme e i comportamenti. I livelli di vita si sarebbero avvicinati e quindi le preferenze sociali e culturali. Tuttavia, arrivata la crisi, i comportamenti cooperativi sono stati spazzati dalla diffidenza. Una definizione di solidarietà è quella di uno scambio intertemporale (ti do oggi, così un giorno sarai tu a dare a me) che richiede fiducia. Oppure, richiede una reiterazione di comportamenti virtuosi così protratta nel tempo da creare un “pregiudizio” della fiducia: so che posso fidarmi.

Chi conosce la realtà possibile dei rapporti italo-tedeschi, sa che sarebbe sufficiente non cedere ai pregiudizi per creare una spirale virtuosa. Inoltre, decine di migliaia di giovani vanno nei due Paesi per libera scelta. Quello che manca completamente è l’autocritica dei media e dei politici, entrambi preoccupati solo del proprio bacino di lettori/elettori, esclusivamente nazionale. Un primo passo per il disvelamento del pregiudizio è stato fatto, bene o male, da un libro tedesco.

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