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Via della Seta, il braccio di ferro tra Lega e M5S

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L'Analisi |SALE IN ZUCCA

Via della Seta, il braccio di ferro tra Lega e M5S

(Epa)
(Epa)

Ultimi sussulti del braccio di ferro tra Lega e Cinquestelle sulla bozza del memorandum d'intesa con la Cina sulla “Nuova via della seta” in dirittura d'arrivo in vista dell'arrivo a Roma di Xi Jinping. Se da una parte, infatti, si cerca di avere maggiori garanzie per il “made in Italy” coivolgendo l'Aiib, la banca per lo sviluppo delle infrastrutture in Asia, dall'altra Palazzo Chigi sta tentando di rafforzare il “golden power”, voluto a suo tempo dal governo Monti, che dovrebbe tutelare maggiormente i nostri interessi in certi settori strategici tipo telecomunicazioni, porti, infrastrutture ed energia. È molto probabile, quindi, che, alla fine, ci sarà la fumata bianca anche se resteranno sul tappeto cinese le perplessità di tanti (Europa in primis).

Eppure, per fugare qualche timore, basterebbe forse andarsi a rileggere i dati dell'interscambio tra le due nazioni: Roma e Pechino si guarderanno pure con un certo sospetto, ma le cifre parlano chiaro. Nel periodo 2000-2017, in effetti, la Cina ha investito 13,7 miliardi di euro nel Belpaese che sale, così, al terzo posto dei suoi investimenti nel Vecchio Continente dopo la Gran Bretagna e la Germania.

Ergo: sono oltre 600 le nostre aziende a capitale cinese che operano nei settori-chiave. Queste imprese generano quasi 18 miliardi di euro di fatturato ed impiegano più di 30 mila dipendenti. Ma sono ancora di più le aziende “made in China” a capitale italiano: oltre duemila, per un totale di 160 mila dipendenti, che lavorano in Estremo Oriente con un giro d'affari complessivo di 25 miliardi di euro.

Non vanno, poi, sottovalutati i dati attuali dell'interscambio commerciale tra i due Paesi che si sono consolidati oltre quota 50 miliardi di dollari annui con un “trend” di crescita dell'export italiano maggiore rispetto all'aumento delle importazioni dalla Cina. È vero che, con la “Nuova via della seta”, l'Italia sarebbe il primo partner del G7 ad aderire completamente al programma di investimenti globali messo in cantiere da Pachino, ma, con questi giri d'affari già consolidati, la strada, seta o non seta, appare quasi obbligata. Basta non farsi colonizzare. Un fatto è certo: al di là delle pressioni del premier Conte per convincere Salvini ad imboccare “la nuova via”, dovremo comunque fare i conti con l'ingombrante realtà del pianeta “giallo”.

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