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Diritto d’autore, i big del web e lo scudo sbagliato

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IL MERCATO

Diritto d’autore, i big del web e lo scudo sbagliato

Con la Direttiva sulla protezione dei dati personali, la multa miliardaria a Google, e ora con la Direttiva sul diritto d’autore, la Commissione Europea ha preso l’iniziativa nella difesa dei diritti del cittadino contro i giganti del web. È perlomeno singolare che sia l’Europa a farlo, con appena una delle 20 maggiori società tecnologiche al mondo, quando sono Stati Uniti e Cina a sfidarsi per la supremazia tecnologica nell’era digitale.

Una spiegazione è che in Europa c’è un maggior senso civico: meno propensi degli americani nel favorire il big business, e molto più attenti dei cinesi ai diritti dei singoli. Spiegazione affascinante, ma poco convincente vista la rapidità con cui in Europa si sacrifica la tutela del consumatore se c’è un campione nazionale da difendere (meglio se tedesco o francese).

Per quanto condivisibili siano le finalità della Commissione, gli strumenti che utilizza appaiono inappropriati perché mal si adattano all’economia digitale. L’Antitrust europeo mostra un chiaro pregiudizio contro i grandi gruppi (specie se extra europei) e le posizioni dominanti, che sono considerati il presupposto dell’abuso. Non si tiene in debito conto che nel mondo digitale c’è una naturale tendenza alla prevalenza di uno standard in ogni segmento del mercato. Gli standard sono infatti essenziali per avere una rapida e capillare diffusione di una tecnologia (o di una attività economica che l’utilizza), nonché per permettere a terzi di sviluppare nuove applicazioni e servizi sulla base di quella tecnologia. La concorrenza tra le imprese ha dunque lo scopo di affermare uno standard: quello che incontra la preferenza del mercato fa diventare l’impresa che lo ha sviluppato leader incontrastato. Nei mercati dove prevalgono gli standard, l’emergere di una posizione dominante è quasi una conseguenza naturale: a differenza di tanti altri settori, è molto difficile mantenere la concorrenza tra una pluralità di imprese. Questo spiega perché in ogni segmento dell’economia digitale troviamo spesso un’impresa dominante: dal sistema operativo degli smartphone, al sistema trasmissione dati, al motore di ricerca, alla piattaforma di commercio elettronico, al servizio di condivisione di suoni e immagini, e via di seguito.

Questo rende gli strumenti tradizionali dell’Antitrust, come il blocco delle fusioni, l’imposizione della cessione di attività o di una scissione, o i limiti alle quote di mercato, inappropriati e potenzialmente controproducenti per lo sviluppo di un settore sempre più trainante per l’intera economia. Sono strumenti validi quando la posizione dominante di un’impresa è protetta da forti barriere all’ingresso, come la necessità di un capitale fisico molto elevato o difficilmente replicabile, un diritto per lo sfruttamento di monopoli naturali, una concessione, il controllo della distribuzione: barriere che la concorrenza non riesce ad abbattere, e che giustificano l’Antitrust e la regolamentazione.

Ma nel caso dell’economia digitale, la barriera che protegge un’impresa dominante è costituita dal suo standard, che è soggetto al costante rischio di sostituzione da parte di nuovi standard. Huawei, che oggi domina nel 5G, ha lanciato il suo primo smartphone nel 2004. MySpace aveva il primato tra i social network nel 2008; oggi è sparito. WhatsApp dovrà presto fare i conti con la cinese WeChat. Il potere di Apple è legato alle fortune dell’iPhone, il cui sistema operativo iOS è già surclassato da Android. Più che da Antitrust e regolamentazione, è dallo sviluppo di nuove tecnologie e idee di business che arriveranno gli standard di domani, e quindi la concorrenza ai giganti di oggi. Il ricorso a strumenti inadeguati non può che favorire l’ulteriore aggravarsi del ritardo dell’Europa.

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