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Notre-Dame e le altre cattedrali: simbolo di un’Europa oggi al bivio

Da Nord a Sud, da Est a Ovest, da Colonia a Firenze, da Vienna a Burgos, le cattedrali d’Europa hanno rappresentato per secoli il sistema linfatico del continente. Ben prima che le frontiere degli stati-nazione si affermassero, nel corso del XII e XIII secolo, il continente si è «ricoperto di un bianco mantello di chiese», come ebbe a riportare un cronista dell’epoca. Punti focali all’interno delle rinascenti città, le cattedrali, hanno rappresentato non solo luoghi di culto e di elevazione spirituale, ma fucine di cultura, con le loro cattedre e i loro cattedratici, con le loro scuole nelle quali si insegnava oltre alla liturgia, anche filosofia, grammatica, latino e musica.

Parigi e Notre-Dame furono certamente uno dei nodi nevralgici di questo sistema che ha innervato per secoli il continente. Lì crescevano i germogli delle future università; lì, nella sua magnificente abside, si riunivano, ancor prima che la cattedrale venisse ultimata del tutto, sotto la guida di magister Leoninus e di magister Perotinus, i cantori che perfezionarono e donarono al mondo la meraviglia della musica polifonica.

Anche a occhi non più abituati a scrutare nelle profondità dei simboli, a leggere significati oltre le due dimensioni della superficie, a cogliere il senso indicibile nell’oscurità del mistero, l’incendio della cattedrale parigina non può, oggi, non rappresentare un potente quadro di morte e vita. Non possiamo non pensare alla morte e alla resurrezione di Cristo, di cui si fa memoria durante la Settimana Santa e le cui celebrazioni culminano nella notte di Pasqua, in un rito che ha la fiamma e la luce come elementi originari. Sabato notte, in tutto il mondo, si è celebrata la liturgia della luce: da una fiammella a mille candele per rischiarare e riportare la luce della vita in chiese oscurate dal peso della morte.

Cosa può dirci oggi questo simbolo parigino, ma in realtà universale, di morte-vita? Quei muri fumanti e circondati ancora da impalcature contorte? Cosa ci dicono queste chiese-cattedrali, questa nervatura continentale, luoghi di storie, di arte e di conoscenza? Ci rendono, credo, esplicita ed evidente l’anima dell’Europa, il suo destino e la sua vocazione più profonda. Non più quella all’egemonia politica del «leone affamato», per dirla con Hegel, ma quella orientata all’egemonia dei diritti dei popoli; la possibilità di incarnare e testimoniare il valore della libertà, dell’uguaglianza e, soprattutto, del principio dimenticato della fraternità. Il destino dell’Europa può essere, oggi, quello di una collezione di Stati, dimentichi di una tragica storia comune, alla ricerca di una individuale affermazione di potenza, ingenuamente confrontati con i titani emergenti e emersi. Oppure. Oppure può essere quello di una nuova Atene nell’impero globale. Così come, pur politicamente ininfluente, Atene animò – donò un’anima - sul piano culturale e della conoscenza, all’Impero Romano, così, oggi, l’Europa può farsi portatrice nei nuovi imperi globali di una visione della politica, della società, dell’economia, delle relazioni tra popoli, figlia della cultura umanista e personalista di cui è stata culla nei secoli. Saremo capaci di questa altissima vocazione? Quegli stati nazionali che nascono per porre fine a guerre di religione e a guerre civili, assicurando le libertà economiche e favorendo lo sviluppo, come potranno oggi trasformarsi per essere compiutamente strumento di civilizzazione, coerentemente con la globalizzazione immanente nello spirito europeo? Questa contraddizione – chiusura nazionale e apertura globale - oggi si evidenzia ed esplode. Solo puntando ad essere l’Europa dei popoli e delle nazioni federali, non più quella degli stati-nazione, che l’ha portata per ben due volte nel giro del secolo breve, sull’orlo dell’abisso, saremo capaci di sciogliere questa antinomia. Perché le spinte alla chiusura e a nuovi-vecchi gretti nazionalismi sono oggi, non solo antistoriche, ma anche potenzialmente patogene.

È una resurrezione dello spirito europeo, ciò di cui il nuovo impero ha oggi bisogno? Davanti alle sfide epocali che ci si pongono di fronte, per lo più in una inconsapevolezza ancora diffusa, la nostra cultura dei diritti, dell’inclusione, del dialogo e della bellezza, può offrire risposte inedite e quanto mai necessarie.
Nel giorno di Pasqua, il Cristo risorge con il suo corpo, ma non cura le sue piaghe. Continuano a stare lì, sulle mani, sui piedi e nel costato, trafitti a testimoniare il costo del sacrificio e della redenzione. Le pareti incenerite di Notre-Dame staranno ancora lì a lungo, a testimoniare la fragilità nostra e della nostra storia. Così come i morti e le sofferenze delle guerre mondiali che l’Europa ha incubato e originato. Come nei grandi quadri di Anselm Kiefer dedicati a “Le cattedrali di Francia”, si mostra la consunzione delle torri, dei palazzi celesti, interpretati qui come cattedrali gotiche, il tempo che consuma e trasforma, la vita che scorre e cambia. A noi oggi decidere se questo cambiamento, in forte accelerazione, rappresenterà, per l’Europa, nonostante, o forse proprio grazie alle sue “piaghe”, un nuovo destino di luce pasquale. Oppure sceglieremo l’involuzione verso movimenti centrifughi e spinte disgregatrici, che ci ricacceranno ancora una volta dentro il sepolcro della storia, con i suoi morti.

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