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Fra Made in e Pil, dove nasce l’europessimismo

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L'Analisi |l’italia e l’europa

Fra Made in e Pil, dove nasce l’europessimismo

Se le elezioni di fine mese non riescono a suscitare l’entusiasmo dell’opinione pubblica europea è anche perché prevale la sensazione che il Vecchio continente sia in uno stato di crisi economica pressoché perenne che il Parlamento di Strasburgo certamente non può sanare. Nel Great game della supremazia globale, l’Europa appare a molti come un coccio fragile di fronte al vigore della crescita cinese o americana. E guardando a ciò che è avvenuto dal 2013, cioè subito prima del precedente scrutinio, al 2018 sembra effettivamente vero. Secondo i World development indicators della World Bank, il peso dell’Eurozona nel Pil mondiale (in dollari correnti) si è ridotto dal 17,1% al 15,6%, mentre quello della Cina è passato dal 12,4% al 15,1% e quello degli Stati Uniti dal 21,7% al 24,1 per cento.

A prima vista, insomma, l’europessimismo è giustificato. Ma, a differenza che in amore, in economia è meglio andarci cauti con le impressioni iniziali. C’è un effetto ottico, almeno parziale, dovuto al rafforzamento del dollaro, che nel quinquennio in esame ha visto il suo valore crescere del 18 per cento. Ci sono i dati del commercio internazionale a suggerire che le nostre imprese e i nostri lavoratori restano forti (e non certo perché i salari siano inferiori). Negli ultimi anni, il Made in Europe ha vissuto una stagione felice: secondo la World trade organization, a livello mondiale la quota di mercato dell’export di beni è passata dal 36,3% del 2013 al 37,8% nel 2017. Non solo. Secondo la World tourism organization la metà esatta degli arrivi turistici nel 2018 sono stati in Europa, più che nelle Americhe e in Asia messe insieme. E, secondo la National science foundation, in quelle pubblicazioni scientifiche che riflettono le competenze che sono la chiave della prosperità futura, l’Europa ha mantenuto la leadership mondiale con il 26,8% del totale nel 2016, rispetto al 17,8% degli Stati Uniti e malgrado l’esplosione della Cina, ormai arrivata al 18,6% (pur con qualche dubbio sull’effettiva qualità della ricerca).

C’è però un malato in Europa e sfortunatamente si chiama Italia. Il Pil nostrano è aumentato sì nel periodo (del 4,7% a valori correnti), ma a parte che in Grecia (+3,6%) nel resto dell’Eurozona, certifica Eurostat, si sono registrate performance migliori. Lasciamo stare l’Irlanda, con il suo iperbolico +63,4% che si spiega, ma solo in parte, col successo di Dublino nell’attrarre multinazionali a caccia di ottimizzazione fiscale e con la revisione dei dati di contabilità nazionale del 2015 (+25%). Dal 2013 a oggi, il Pil dei Paesi che condividono la moneta comune, da alcuni considerata una zavorra insostenibile di cui liberarsi al più presto, è cresciuto di un dignitoso 10% e - tra i grandi Paesi europei - del 14,5% in Spagna, del 10,1% in Germania e di un più modesto (ma comunque superiore, soprattutto considerando che Oltralpe la contrazione del 2009 era stata molto meno acuta che in Italia) 7,1% in Francia. Nell’Eurozona, l’Italia pesava per il 16,1% nel 2013, ora siamo al 15,2 per cento. Fossimo cresciuti come il resto dell’Eurozona, ogni italiano avrebbe 150 euro di più nel portafoglio.

Per fortuna, export e market share brillano, con un passo in avanti in entrambi i casi: da 391 miliardi di euro a 476 (anche se in dollari si registra una contrazione da 518 a 506) e dal 2,8% al 2,9 per cento. L’eccedente - metrica un po’ mercantilistica che non è necessariamente manifestazione di buona salute, ma è ciò che conta per il Pil - è stato di 41 miliardi di dollari nel 2013, di 53 nel 2017. Meno bene i servizi commerciali: l’export è rimasto stabile a 110 miliardi di dollari, il saldo è passato da +3 miliardi a -3, la quota di mercato è scesa dal 2,4% al 2,1 per cento. È chiaro che se il Made in Italy incontra l’approvazione della clientela globale, addebitare la scarsa crescita all’euro troppo forte, oppure alla politica commerciale troppo liberale ci porta veramente fuori strada.

Questi dati ci ricordano che cercare altrove le cause del male italiano è profondamente sbagliato. Non che l’Europa sia una costruzione perfetta, Sergio Fabbrini ci ricorda tutte le domeniche come sia un edificio da migliorare ulteriormente. Ma se i nostri partner registrano performance significativamente e costantemente migliori, la soluzione non sta nell’escapism (il rifiuto di svolgere ciò che è arduo e magari noioso, preferendo sognare a occhi aperti o magari cambiare discorso). Bisognerebbe interrogarsi su ciò che fa difetto, e non da oggi, nel policy mix italiano, senza cadere in quel vizio nazionale che consiste nel dire sempre, o quantomeno spesso, che di ben altro ci sarebbe bisogno. E in ogni caso andare a votare, perché ciò di cui si può essere sicuri è che lo faranno coloro per cui tutto deve cambiare perché tutto resti come prima.

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