Professionisti

Commercialisti, fuga dagli studi: oltre 1.300 tirocinanti in meno

I giovani si offrono a decine di migliaia ogni anno alle Big Four della consulenza dove sanno che, insieme allo stipendio, riceveranno formazione

di Alessandro Galimberti

Cassa dottori commercialisti, welfare a misura di iscritti

4' di lettura

Non solo autisti, tornitori, stagionali, raccoglitori. All’Italia fiaccata dal Covid - ma prima ancora da almeno due lustri di crescita piatta e di Pil stagnante- mancano anche i commercialisti, in piena crisi di vocazione.

Una professione non più attrattiva

Se i numeri già parlano chiaro (meno 1.345 tirocinanti al 1° gennaio 2020, ultima rilevazione ma - attenzione - periodo pre-Covid, calo del 10% rispetto al 2019), l’allarme rosso per una professione tra le più ambite nei magnifici anni 80 e negli espansivi anni 90, arriva dagli stessi addetti ai lavori. «Inutile nasconderlo, siano in piena crisi di vocazioni - dice Matteo De Lise, presidente dei Giovani commercialisti (gli under 43, ndr) - e non dovremmo nemmeno sorprenderci: la professione non è più attrattiva». Motivi e cause complesse, si potrebbe tagliare corto, ma alla fine riducibili a un paradigma basico: «La formazione del professionista tra università, tirocinio, esame di Stato è già sufficientemente lunga - spiega De Lise - ma poi un giovane sa che per aprire uno studio deve considerare, minimo minimo, spese fisse per 50mila euro l’anno, consapevole peraltro che i margini sono sempre più risicati e il lavoro sempre più esecutivo e “delegato” da Stato e agenzia delle Entrate. Non bastasse, a queste difficoltà fanno da “grancassa” responsabilità e rischi sempre più ampi e ogni giorno agganciati a nuove compliance legali».

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Reddito reale in calo del 10,8%

Già, i redditi. Il capitolo che per decenni ha attratto i giovani universitari - quasi con la stessa forza dell’ascensore sociale ambìto da genitori boomer e nonni della Ricostruzione - è stagnante da prima ancora della grande crisi dei subprime e dei risiko bancari dei decenni scorsi. A testimoniarlo sono gli stessi report della Fondazione dei commercialisti: la media Irpef (quindi lato imposte sul reddito) dice che se nel 2008 l’imponibile medio si assestava a 59.847 euro nominali, 11 anni dopo il valore corrispondente non arrivava a 61 mila euro. Con due caveat importanti, però: il primo è che deflazionati e attualizzati i valori, non c’è stato alcun progresso reddituale ma piuttosto un calo di 7.150 euro l’anno, pari a una perdita di reddito reale del 10,8 per cento; seconda considerazione, questi dati sono ancora pre-crisi Covid, i cui effetti a questi fini saranno visibili solo a partire dal 2022.

Il delta tra regioni si sta livellando verso il basso

E anche se restano veri e ben percettibili pure qui i soliti divari dell’Italia a più velocità (la Lombardia spicca con 96mila euro, Trentino Alto Adige fuori classifica con 113mila, Campania, Molise e Sicilia in coda con 30mila euro di imponibile l’anno), il reddito mediano - più vicino alla realtà rispetto alla media matematica - abbatte a 56mila euro la dichiarazione annua del commercialista lombardo, a 73mila quella trentina, a 21mila quelle campane, pugliesi e siciliane, con un trend, tra l’altro, che sta livellando il delta tra regioni verso il basso. «Non proprio un buon segno», chiosa il presidente dei giovani commercialisti De Lise.

Convenienza per lo più per i figli d’arte

Il rischio di trasformazione della professione per i soli “figli d’arte”, a queste condizioni, è reale. «È sempre più difficile trovare praticanti anche in provincia e anche per gli studi “tuttologi” delle periferie - dice Gianluca Ancarani, dottore commercialista a Grosseto e Follonica e vicepresidente dell’Ordine locale - del resto la formazione è sempre più lunga e a ostacoli e le promesse di reddito tutt’altro che attrattive: oggi il commercialista conviene farlo solo a chi ha uno studio già avviato, inutile nasconderci dietro slogan, è per “figli d’arte”». Anche per Nicolò La Barbera, studio a Palermo, «la remunerazione è troppo bassa per attrarre i giovani, da Nord a Sud, la crisi della Pmi è un boomerang terribile per gli studi medio/piccoli, e se non si fanno aggregazioni e reti tra studi e competenze non c’è futuro».

Più ottimista l’approccio di Vittorio Raccamari, studio a Treviso: «Il calo di praticanti c’è, ma lo definirei fisiologico dopo un boom ventennale. In questa crisi vedo piuttosto grandi opportunità e cerco di spiegarlo ai giovani: non c’è soddisfazione più grande che essere “il” consulente per l’imprenditore che ti chiede di guidarlo verso nuove opportunità di crescita e di business».

Le iniziative della Cassa ragionieri

«Però serve tenacia, anzi in una parola passione per un lavoro che resta autonomo e bellissimo». Resta un lavoro autonomo, appunto, e come tale soggetto al rischio d’impresa. «Proprio quello che i giovani tendono a evitare - dice Luigi Pagliuca, presidente della Cassa ragionieri - offrendosi invece a decine di migliaia ogni anno alle Big Four della consulenza, dove sanno che, insieme allo stipendio, riceveranno formazione.

Come se ne esce? Con riforme che rimettano al centro la figura professionale del commercialista/esperto contabile, ripristinando le esclusive in materie che oggi stanno per essere consegnate a chiunque, con i rischi connessi a cui nessuno adesso sembra badare». Nelle more, una stampella la sta mettendo la Cassa di previdenza dei commercialisti «con politiche incentivanti per l’avvio di attività - dice il presidente Stefano Distilli - l’erogazione di polizze Rc professionale gratuite per i giovani e lo stop dei minimi contributivi», politiche agevolate dal fatto che l’epoca d’oro della professione, almeno qui, è stata messo al sicuro con un valore del patrimonio netto della cassa, al 31 dicembre scorso, di 9 miliardi e 315 milioni di euro, pari a 29,7 volte il valore delle pensioni erogate, in crescita del 5,4% rispetto agli 8 miliardi e 839 milioni di euro registrati nel 2019. Ma per restare sostenibile questo sistema ha bisogno dei giovani. Che oggi però sono in fuga.

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