il dibattito

Commercialisti: non è più il tempo delle parole, occorrono i fatti

di Alessandro Pratesi ( Pistoia)


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2' di lettura

Ben venga il dibattito sul futuro della professione, sulle possibili strategie di sviluppo e, più in generale, sulla funzione e ruolo del commercialista. Occorre, però, non trascurare un aspetto fondamentale: non è possibile risolvere tutto con le cd. “specializzazioni”, quasi fossero la panacea degli attuali problemi e criticità. Il mondo delle imprese italiane è, tradizionalmente, rappresentato da entità di dimensioni minimali, che necessitano di assistenza completamente diversa da quella che caratterizza le strutture di medie e grandi dimensioni. Ipotizzare di “vendere” alte consulenze a micro imprese è, oltre che velleitario, assolutamente impraticabile. In ogni caso, la specializzazione non potrà che riguardare una quota minimale degli iscritti. Non è possibile ipotizzare una sorta di omologazione dei rapporti fra professionisti e assistiti, ignorando le peculiarità e le specificità soggettive.

Altre sono le priorità: ad esempio, la rotazione degli incarichi presso i tribunali, i quali sono oggettivamente “patrimonio” di cerchie ristrette di professionisti. Sarebbe buona cosa provare a replicare i meccanismi di nomina dei revisori degli enti locali, senza prevedere ulteriori obblighi di “sotto albi”. Il professionista ha l'obbligo di formarsi e studiare e, se del caso, di essere intellettualmente onesto nel rifiutare un incarico per il quale ritiene di non possedere adeguata preparazione.

Altrimenti si continua a perpetrare quei distinguo personalissimi che vanno a vantaggio di pochi e a discapito di moltissimi. Non si tratta solo di questo, tuttavia. È indifferibile agire, nel rispetto delle forme istituzionali, a livello politico, reclamando quella dignità che da troppo tempo è calpestata, a causa di una legislazione fiscale logorroica e torrentizia, confusa e, non raramente, contraddittoria.

Senza un serio processo di semplificazione la professione è destinata a collassare. La larghissima maggioranza degli studi professionali, indipendentemente dalla volontà o possibilità di aggregarsi, non riesce a lavorare con la necessaria programmazione, proprio per effetto di interventi normativi caotici e, soprattutto, con “aggiustamenti” in corso d'opera, tardivi oltre ogni limite di tolleranza.

Questi sono i punti di partenza. Il resto, specializzazioni, Saf e altre iniziative di “alto profilo” rischiano di rappresentare, purtroppo, solo una soluzione illusoria di problemi che, invece, richiedono ben altri rimedi. Lo studio e l'aggiornamento continuo, di fatto, sono vanificati dalla totale mancanza di ascolto che la politica, per ragioni oggettivamente incomprensibili, costantemente riserva alle istanze dei commercialisti. E non si venga a raccontare che le proroghe dei versamenti per i ritardi degli “Isa” sono una conquista: più semplicemente, rappresentano un atto dovuto e un segno di riconoscimento della pachidermica lentezza con la quale si muove la pubblica amministrazione.

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