il dibatitto

Commercialisti, il punto è come specializzarsi

di Maria Paglia (Reggio Emilia)


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3' di lettura

Ho letto profonde ed argomentate disquisizioni, difese accorate e critiche ponderate, sulla impellente necessità di riconoscimento delle specializzazioni. Poiché il mio pensiero è semplice, vorrei altrettanto semplicemente esporlo, parlando di me stessa.

Sono orgogliosamente iscritta all'Albo dei dottori commercialisti dal 1981 ed in precedenza, dal 1976, al Collegio dei ragionieri e periti commerciali, ed altrettanto fieramente esercito da allora la professione.

Sono stata anche revisore unico dei conti, prima, e poi revisore contabile ed infine revisore legale. Non sono esperta in tutte le materie e gli ambiti descritti dal Dlgs 139/05 ed in altre attività che le varie norme hanno poi riservato agli iscritti al Registro dei revisori legali (perché le riserve spettano a questi iscritti, non agli iscritti all'Albo) ma ho maturato esperienze in alcuni settori ed a quelli mi sono dedicata. Riconosco di non essere un tuttologo e di avere, anche nella professione, alcuni limiti di competenza. Sicuramente svolgere per oltre 40 anni questa professione in una realtà economicamente vivace, ma fatta prevalentemente di piccole e medie imprese, mi ha dato una visione ampia ed una sensibilità ancora più ampia nel saper individuare criticità, esigenze ed in alcuni casi soluzioni.

Non credo di aver mai invaso saccentemente il campo altrui, credo di essere sufficientemente obiettiva ed umile per riconoscere i miei limiti di azione e le mie competenze.

Ho una forte identità e ce l'ho ben chiara. Sono un dottore commercialista, anzi una dottoressa.
Non ho lottato per esserlo, ho studiato e lavorato...tanto.
Ho studiato prima e durante, ho lavorato prima e durante, visto che ho studiato lavorando da quando avevo 16 anni.
Cosa penso ora delle specializzazioni: che sia necessario “specializzarsi” senza ombra di dubbio.
Come ho fatto io hanno fatto tanti colleghi, si sono dedicati in particolare ad alcune attività, lasciandone altre a colleghi o collaboratori preparati e riconoscendo alle altre professioni le loro competenze.

    È il come specializzarsi che è in discussione, e il come vengano riconosciute dall'esterno queste “specializzazioni”. Se dall'istituzione dell'Ordine ad oggi ci è stata riconosciuta competenza in diversi ambiti ed ognuno di noi (complice il mercato o la casualità, o le occasioni che la vita professionale ti porge, se le sai cogliere) ne ha portato avanti alcuni e non altri, è da qui che dobbiamo partire.

    Proporre di riconoscere un patentino di specialità dopo 200 ore di corso, il cui livello non è sempre certificabile, mi pare poco qualificante e tutelante; proporre di riconoscere come specializzazione qualcosa per cui esistono già registri cui essere iscritti se si hanno i requisiti, o comunque che è dall'istituzione dell'Albo oggetto della professione, mi sembra un suicidio per la categoria.

    Cosa penso delle specializzazioni? Che prima dobbiamo conoscere meglio noi stessi, in cosa la vita professionale ci ha già specializzati, quali sono le esigenze già attuali o future del mercato che possano usufruire di quelle che sono già nostre competenze ed esperienze, e su queste esigenze concentrarci...

    Se ci sono attività riservate agli iscritti al Registro dei revisori legali, che è nato dopo l'Albo dei dottori commercialisti divenuto poi Albo dei dottori commercialisti e degli esperti contabili, significa che l'esigenza di “riserve” c'era...e c'è. Perché allora ai Revisori legali? Su questo dobbiamo interrogarci. Sul non aver saputo tutelare e valorizzare la professione del dottore commercialista: un professionista ritenuto responsabile dell'operato del contribuente e delle imprese, a tutela della fede pubblica e degli interessi dello Stato, quando occorre, ma indegno di validare una operazione di trasferimento di quelle stesse imprese, perché non sarebbe in grado di garantirne la legalità.

    L'intervista con Miani

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