hong kong e dazi

Commercio e diritti umani, alta tensione tra Stati Uniti e Cina

Lo scontro sui diritti umani a Hong Kong sta mettendo a rischio anche i negoziati sul commercio tra Washington e Pechino

di Luca Veronese


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(REUTERS)

3' di lettura

Le proteste di Hong Kong stanno mettendo a rischio anche le relazioni economiche tra la Cina e gli Stati Uniti. Pechino non è disposta ad accettare interferenze su una questione «interna» e spinosa come quella dei diritti umani nell’ex colonia britannica. Gli Stati Uniti con l’approvazione del Democracy Act non intendono stare a guardare. Mentre gli accordi sul commercio tra le due potenze mondiali è appeso a un filo. Sono già evidenti gli effetti di queste tensioni sui mercati finanziari così come sulla crescita dell’economia globale.

Slitta l’accordo sul commercio
Il mini-accordo commerciale annunciato fra Stati Uniti e Cina potrebbe non essere chiuso quest’anno. Secondo fonti americane vicine ai negoziati, l’intesa potrebbe slittare al prossimo anno a fronte di trattative più complicate. Le parti sembrano ancora lontane da una stretta di mano.

Il ministero del Commercio di Pechino - per tentare di raffreddare le tensioni - ha tuttavia fatto sapere che la Cina si adopererà per raggiungere in tempi rapidi un accordo commerciale di «prima fase» con gli Stati Uniti e ha assicurato che i canali di comunicazione restano aperti.
Il regime cinese si dice dunque disposto a dialogare con gli Usa per risolvere le reciproche preoccupazioni di fondo, partendo da posizioni di uguale peso e contando sul rispetto reciproco. «Questo è in linea con gli interessi sia della Cina che degli Stati Uniti e del mondo», ha detto Gao Feng, portavoce del ministero.

Gli economisti hanno già avvertito che la prolungata disputa commerciale tra Cina e Stati Uniti sta aumentando i rischi per l’economia globale, interrompendo le catene di approvvigionamento, scoraggiando gli investimenti e indebolendo la fiducia delle imprese.
Il completamento di un accordo commerciale - almeno di «fase uno» - potrebbe però non essere siglato prima del 2020, secondo quanto riferito all’agenzia Reuters da esperti del settore e da persone vicine alla Casa Bianca.

La distanza sui dazi tra Pechino e Washington
Pechino preme per un più ampio ritiro delle tariffe scontrandosi con la fermezza degli Stati Uniti.
Alcuni funzionari di Pechino, nelle sorse settimane, avevano fatto intendere che il presidente cinese Xi Jinping e Trump avrebbero potuto firmare un accordo già all’inizio di dicembre.

Il prossimo vertice tra i negoziatori dovrebbe tenersi intorno al 15 dicembre, quando entreranno in vigore le tariffe americane per circa 156 miliardi dollari di prodotti cinesi, inclusi alcuni articoli tipici dei regali natalizi come apparecchi elettronici e decorazioni.

Mercoledì, durante un incontro organizzato dall’agenzia Bloomberg a a Pechino, il vicepremier Liu Ha aveva dichiarato di essere «cautamente ottimista» su un accordo di prima fase. Sempre Liu, il principale negoziatore cinese ai colloqui commerciali tra Cina e Stati Uniti, ha tuttavia confidato ai partecipanti all’incontro di essere «confuso» sulle richieste degli Stati Uniti, pur confermandosi fiducioso sul completamento di un primo passo negli accordi.

I diritti a Hong Kong
Le proteste per i diritti umani in corso a Hong Kong e la presa di posizione del Parlamento americano sulla regione speciale cinese stanno allargando lo scontro tra Usa e Cina. Complicando notevolmente i negoziati sugli scambi commerciali.

A Washington, dopo il Senato anche la Camera ha dato il via libera allo Human Rights and Democracy Act, un provvedimento che vuole sostenere i diritti umani e la democrazia a Hong Kong. La legge è ora sul tavolo del presidente Trump che dovrà decidere se firmarla e renderla esecutiva, con il rischio di scontrarsi frontalmente con Pechino.
Trump potrebbe optare anche per il veto, ma si tratterebbe di una misura azzardata visto che il Senato a maggioranza repubblicana ha approvato il provvedimento all’unanimità.

Lo scontro diplomatico
Mercoledì, il ministero degli Esteri cinese aveva convocato l’incaricato d’Affari americano William Klein, minacciando contromisure se la legge diventerà operativa. Il viceministro degli Esteri Ma Zhaoxu aveva espresso una «ferma protesta»: «Invitiamo con forza gli Usa - si legge nella nota ufficiale diffusa dal ministero degli Esteri - a seguire misure effettive per evitare che il provvedimento diventi legge» e per fermare le interferenze in affari interni cinesi. Altrimenti, la Cina «adotterà forti contromisure e gli Usa si faranno carico di tutte le conseguenze».

La protesta continua al Politecnico
Continua intanto la protesta degli studenti a Hong Kong. Sono ancora almeno cento gli irriducibili asserragliati nel campus del Politecnico. Dopo le decine di arresti, circa 300 giovani sono usciti dal campus fornendo le loro generalità alla polizia, sfuggendo così alla prigione, in base all’accordo raggiunto e caldeggiato dalla governatrice Carrie Lam.

Secondo il ministero degli Esteri, la questione di Hong Kong, sconvolta dalle proteste da oltre cinque mesi, «non riguarda i diritti umani e la democrazia, ma la violenza e la necessità di fare tornare l’ordine», considerando che è a rischio il modello «un Paese, due sistemi» che ha regolato i rapporti tra Hong Kong e Pechino dal 1997, dal passaggio dei territori dalla Gran Bretagna alla Cina.

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