primo trimestre

Commercio e scorte aziendali lanciano la volata al Pil Usa

di Marco Valsania

(AFP)

3' di lettura

New York - L’economia americana è partita di scatto all’inizio del 2019, con il Pil che ha corso al passo del 3,2% spinto dal commercio e da investimenti delle imprese in nuove scorte di magazzino. Un contributo è arrivato anche dalla spesa pubblica. Più che sufficiente, nell’insieme, per compensare un rallentamento invece nei consumi: gli analisti avevano previsto in media una crescita attorno 2,3-2,5 per cento. L'economia americana, insomma, ha accelerato rispetto al 2,2% fatto sognare sul finire dell’anno scorso e ha retto l’urto sia dei terremoti politici interni, lo shutdown del governo federale che si è trascinato in gennaio, che esterni, i conflitti commerciali.

Al netto di componenti considerate oggi particolarmente volatili - sopratutto proprio l'interscambio e le scorte - il Pil ha tuttavia mostrato un'espansione che regge e si appresta a diventare, nella seconda metà dell'anno la più longeva di sempre, ma che appare meno brillante di quanto suggerito dai grandi numeri, in un trimestre che oltretutto è tradizionalmente il più debole dell'anno. La frenata nei consumi, due terzi dell'economia, sarà monitorata con cura da analisti e policymaker. Tolti commercio, scorte e spesa pubblica, le cosiddette “final sales to private domestic purchasers” hanno evidenziato un crescita al passo dell'1,3%, il più debole dal 2013.

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A fare notizia negli ultimi tre mesi sono state anzitutto le esportazioni americane, che sono aumentate del 3,7%, mentre sono diminuite le importazioni. L’export netto ha così portato in dote ben 1,03 punti al Pil, il sostegno piu' significativo da quasi un anno, dal secondo trimestre del 2018. Il commercio è però diventato una categoria molto volatile di recente, a causa delle tensioni tra Stati Uniti e Cina: dazi che dovevano scattare a gennaio e poi a marzo sono stati congelati davanti a progressi nei negoziati bilaterali. Assieme alle scorte aziendali, altra categoria soggetta a brusche oscillazioni, il contributo al Pil e' stato di 1,68 punti percentuali, il massimo in sei anni. La spesa pubblica federale e locale - con un'impennata soprattutto di quest'ultima - è contemporaneamente aumentata del 2,4 per cento.

Gli investimenti aziendali, in software ricerca e sviluppo, macchinari e strutture, hanno tuttora marciato al passo del 2,7%, anche se hanno tirato il fiato dal 5,4% messo a segno nel quarto trimestre dell’anno scorso. Gli investimenti in proprietà intellettuale sono cresciuti di un robusto 8,6 per cento.

Segnali di moderazione sono al contrario giunti dai consumi che sono lievitati dell'1,2%, meno delle metà rispetto ai tre mesi immediatamente precedenti. La frenata è avvenuta soprattutto nei beni durevoli. Una ripresa dei consumi è anticipata nel secondo trimestre adesso in corso. Il settore immobiliare ha a sua volta perso quota tra gennaio e marzo, con una flessione degli investimenti residenziali del 2,8 per cento. Un indicatore dell'inflazione seguito dalla Federal Reserve è parso inoltre particolarmente debole: i prezzi legati ai consumi personali sono saliti solo dello 0,6%, meno della meta' dell'1,5% negli ultimi tre mesi del 2018. Depurati da componenti volagili, i prezzi core sono aumentati dell’1,3 per cento. La Fed guarda al 2% come target ideale per l'inflazione.

In questo quadro, la Fed dovrebbe rimanere cauta nelle sue scelte di politica monetaria. Ha già annunciato, in omaggio alle incognite, che quest’anno non intende procedere a ulteriori strette. Ma la crescita del primo trimestre dovrebbe invitarla a evitare anche nuovi stimoli. Mickey Levy di Berenberg, pur incoraggiato dal Pil del primo trimestre, prevede che l’espansione americana torni a marciare a un più moderato passo, attorno al 2%, nel resto dell’anno.

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