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Commissione Grandi rischi: possibili forti scosse, allarme dighe

di Mariano Maugeri


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(ANSA)

3' di lettura

Un esercizio di equilibrismo, partorito dalla riunione della fine di marzo del 2009, quando a una settimana dal sisma dell'Aquila Bernardo De Bernardinis, presidente della Commissione grandi rischi, invitò gli aquilani a tracannare un buon bicchiere di Montepulciano d'Abruzzo e infilarsi sotto le coperte.

Il comunicato della Commissione grandi rischi divulgato dalla Protezione civile, nel ruolo neppure così inusuale di notaio, pone una raffica di domande inquietanti sul metodo che l'Italia vuole adottare per sopravvivere alla sequenza sismica che ormai da sette mesi si accanisce sull'Appennino centrale.

Gli scienziati guidati dal professor Sergio Bertolucci (un fisico delle particelle, quindi non un esperto di terremoti, un po' come De Bernardinis, laurea in Ingegneria idraulica) hanno confermato quello che i sismologi, molti giornalisti e gli abitanti più avveduti delle quattro regioni nel mirino dei terremoti sostengono da mesi. Tradotto in parole semplici: la sequenza sismica innescata dalla scossa di Amatrice del 24 agosto nell'Alto Aterno (Accumoli, Montereale, Capitignano, Campotosto) è tutt'altro che esaurita. C'è ancora energia che preme per fuoriuscire e i luoghi, la frequenza e l'intensità delle scosse sembrano ricalcare il comportamento del grande terremoto del 1703, che nel gennaio di quell'anno rase al suolo prima Amatrice e Montereale e il 2 febbraio cancellò dalla carta geografica l'Aquila (6mila morti).

Animazione spazio temporale sequenza sismica in Italia Centrale

La forza che si potrebbe sprigionare viene misurata dagli esperti della Grande rischi tra 6.0 e 7.0 di magnitudo, non una cosetta da niente. Non è finita: finalmente cade il grande tabù della diga di Campotosto. Attenzione, dicono gli scienziati, alla sicurezza dei grandi invasi d'acqua e per analogia alle infrastrutture critiche, problema sollevato anche dalla stampa in più occasioni (si veda Il Sole 24 Ore.com del 18 gennaio).

Il comunicato, di cui non è dato conoscere il contenuto integrale, si chiude con le congratulazioni alla Protezione civile «per l'efficacia con cui sta affrontando l'emergenza» e la «vicinanza» alla popolazione colpita con una benedizione urbi et orbi.

In un Paese normale a parole di questo tono sarebbe seguita una mobilitazione generale, dal primo ministro al vertice della Regione Abruzzo, e a seguire di sindaci, prefetti, comandanti dell'Esercito e della Protezione civile, tutte quelle forze cui tocca applicare le contromisure che la situazione impone (centri di raccolta e informazioni alla popolazione, esercitazioni collettive per verificare tempi, reattività e vie di fuga, allerta e rafforzamento di tutte le strutture sensibili, a partire dagli ospedali).

Ma il comportamento delle Grande rischi è simile a quello dei bambini che l'hanno fatta grossa: io l'ho detto, adesso “fate vobis”. Nessun sollecitazione, nessun appello alle azioni concrete, nulla di nulla. Anzi, sì, una cosa si può fare: «Chiamate l'ingegnere strutturista se avete dubbi sulla sicurezza della vostra abitazione», suggerisce il fisico delle particelle. Sembra una burla, se di mezzo non ci fosse la vita degli abruzzesi. Il sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente, al quale rimane il cerino in mano, telefona allarmato al geofisico Enzo Boschi, ex componente del Grande rischi ed ex capo Ingv, assolto con formula piena nel processo che invece condannò De Bernardinis: «Che devo fare, professore?». Già, che dobbiamo fare, ripetono i cittadini? Preparare le valigie? Svernare lungo la costa? Fuggire a Roma?

Poi Cialente si ricompone, prende carta e penna e scrive di suo pugno una lettera al presidente del Consiglio, a Fabrizio Curcio e giù giù ad altre cariche dello Stato con un incipit che è una reprimenda: «Presa visione attraverso un comunicato dell'Ansa di un sunto del verbale della Commissione grandi rischi». Cialente, insomma, non solo non è stato invitato, ma neppure informato a posteriori dell'esito della riunione. E ributta la palla al successore di Franco Gabrielli: «Chiedo e attendo indicazioni dal sistema della Protezione civile nazionale e regionale». Curcio agisce lungo la stessa linea del sindaco. E lo prende quasi in giro con un inciso astuto: «Fermo restando la conosciuta condizione permanente di pericolosità molto elevata del territorio del Comune dell'Aquila».

Come dire: perché fingi di sorprenderti? Quello che segue è una lista delle cose da fare: «Verificare e aggiornare il piano di emergenza comunale, valutare la vulnerabilità delle strutture pubbliche, realizzare una corretta e puntuale informazione ai cittadini». Il messaggio è chiaro: caro Cialente, mettiti al lavoro. E, semmai servisse aiuto, «raccordati con la Regione Abruzzo e la prefettura dell'Aquila».

Di azioni concrete allo stato non ci sono evidenze. Tutti fermi. Forse lì fuori fa troppo freddo. Non siamo ancora alle esortazioni del tipo: rilassatevi con un plaid sul divano e guardate un bel film. Ma non è improbabile che ci si arrivi molto presto.

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