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Commodity, una speranza dalla Fao

A luglio 2022 l’inflazione alimentare ha cominciato a ridursi in maniera convinta: l'indice benchmark della Food and agriculture organization ha ceduto il 13%, dopo alcuni mesi di stasi intorno ai valori massimi raggiunti a fine marzo 2022

di Marcello Minenna

Agricoltura, dall'Italia contributo di 5 milioni alla Fao per il settore

7' di lettura

Dopo mesi di aumenti ininterrotti dei prezzi dei beni alimentari di base, ci sono finalmente delle buone notizie. A luglio 2022 l’inflazione alimentare ha cominciato a ridursi in maniera convinta: l'indice benchmark della Food and Agriculture Organization (Fao, Food Price Index FPI) – che tiene traccia dei prezzi sui principali mercati mondiali – ha ceduto il 13%, dopo alcuni mesi di stasi intorno ai valori massimi raggiunti a fine marzo 2022.

Il balzo nei prezzi dei cereali e degli oli vegetali che era stato registrato con la deflagrazione del conflitto russo-ucraino e che aveva fatto temere l'innesco di una gravissima crisi alimentare globale sembra essere stato riassorbito in fretta (vedi Figura 1). I prezzi restano ovviamente molto alti se paragonati rispetto alla media storica, e rimangono vicini ai picchi di pesanti crisi del passato. Ma ci sono motivi per ritenere che il peggio sia oramai alle spalle, anche considerando che l'accordo tra Russia, Turchia ed Ucraina sotto l'egida delle Nazioni Unite che consente il transito marittimo dei carichi di grano è ora finalmente operativo. Vediamo in dettaglio.

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VARIAZIONE % DEL FOOD PRICE INDEX(FPI) E DELLE SUE COMPONENTI
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Su quali mercati si registrano miglioramenti

Quasi tutti gli indicatori settoriali mostrano un ritracciamento dei prezzi dai valori di picco di marzo 2022. Il declino maggiore si registra per gli oli vegetali (-40%, vedi Figura 2, barre blu), seguito dal ridimensionamento dei prezzi dei cereali (-19,5%). Più stabili i mercati dello zucchero (-5,5%, barre arancioni), del latte (-3,24% barre rosse) e della carne (-0,67% barre verdi).

VARIAZIONE % DEL FOOD PRICE INDEX(FPI) E DELLE SUE COMPONENTI
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Per quanto riguarda il settore degli oli vegetali, la moderazione del prezzo del greggio ha aiutato la discesa. I beni che hanno sperimentato il maggior calo sono stati gli oli di palma, soia, colza e girasole. I prezzi internazionali dell’olio di palma sono diminuiti a luglio per il quarto mese consecutivo, principalmente a causa delle prospettive di ampie disponibilità dall’Indonesia, il principale esportatore mondiale. Nel frattempo, le quotazioni dell’olio di soia e di colza sono scese, rispettivamente, a causa della domanda globale debole e delle aspettative di buoni raccolti nell'area est-asiatica. Nel caso dell’olio di girasole, i prezzi internazionali sono in calo nonostante le continue incertezze logistiche nella regione del Mar Nero.

Cenni di normalizzazione sui mercati dei cereali

Sul mercato internazionale dei cereali, la situazione si è andata rapidamente evolvendo negli ultimi mesi. Grazie ad uno sforzo internazionale congiunto, i prezzi mondiali del grano sono diminuiti a luglio 2022 quasi del 20%, in parte in reazione all’accordo raggiunto tra Ucraina e Russia per sbloccare i principali porti ucraini del Mar Nero, indicando la ripresa delle esportazioni di grano ed altri prodotti. A metà agosto 2022 già 12 navi erano partite dai porti ucraini verso i Paesi del mediterraneo più esposti (Libano, Egitto).

I prezzi internazionali dei cereali grezzi a luglio 2022 sono finalmente in calo dell’11,2% dopo mesi di modeste riduzioni. L’accordo ucraino/russo spiega anche gran parte del -10,7% registrato sul mercato del mais, anche se la disponibilità stagionale dei raccolti nell’emisfero settentrionale e l'incremento della produzione di mais in Argentina rispetto al 2021 hanno contribuito ad alleviare le pressioni inflazionistiche. La debolezza nei mercati del grano e del mais ha spinto al ribasso inoltre i prezzi del sorgo e dell’orzo, rispettivamente del 12,8% e del 12,6%. Infine, anche i prezzi internazionali del riso a luglio sono diminuiti per la prima volta dall’inizio del 2022, influenzati dalla domanda incerta e dall'indebolimento delle valute dei principali Paesi esportatori.

In prospettiva, occorre sottolineare come i prezzi restino comunque del 24,8% al di sopra dei valori di luglio 2021 e questo viene riflesso dagli alti tassi di incremento a 12 mesi ancora osservabili a giugno (vedi Figura 3). Nei prossimi aggiornamenti, anche questo indicatore dovrebbe riflettere la decisa flessione registrata nell'ultimo mese di osservazione.

TASSI DI INCREMENTO A 12 MESI DEI PREZZI DEI CEREALI
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Rispetto a valutazioni pessimistiche di qualche mese fa che calcavano la mano sull'impatto globale del conflitto russo-ucraino, le stime più recenti della FAO vedono una sostanziale tenuta degli stock di riserva dei principali cereali mondiali (vedi Figura 4). Si prevedono modeste contrazioni per gli stock di grani duri e riso (barre blu e gialle), mentre le riserve di grano dovrebbero rimanere grosso modo inalterate (barre gialle). In ogni caso si tratta di movimenti piccoli rispetto alla volatilità standard delle scorte mondiali osservata negli ultimi 10 anni (vedi Figura 4), in special modo durante la stagione 2018-2019.

In dettaglio, negli ultimi mesi la previsione per le scorte di grani duri è stata incrementata di 6 milioni di tonnellate per via di migliori prospettive nella produzione di mais, anche se si prevede ancora un calo dell’1% (3,6 milioni di tonnellate), dovuto a cali di resa in Australia ed alla contrazione di scorte di orzo in Cina per maggiore utilizzo di mangimi animali.

Anche le stime delle scorte globali di grano per la stagione di semina/raccolto 2022/23 sono state riviste al rialzo di 1,5 milioni di tonnellate fino a 299 milioni rispetto alle precedenti valutazioni di giugno 2022; ora sono vicine ai livelli della scorsa stagione. La crescita delle scorte di grano, soprattutto in Cina, Russia, Canada e Ucraina, dovrebbero compensare i probabili ribassi nell’Unione Europea, in India, Australia e Marocco.

CEREALI, VARIAZIONE ANNUALE DELLE SCORTE MONDIALI
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Commercio internazionale in contrazione

Gli effetti della guerra appaiono in tutta la loro gravità se guardiamo ad una grandezza più pertinente, cioè all'ammontare di cereali scambiati sui mercati internazionali (vedi Figura 5). Il commercio mondiale di cereali nel 2022/23 si attesta a 468 milioni di tonnellate, in aumento di 4,8 milioni di tonnellate rispetto a giugno 2022, ma in diminuzione di 11,4 milioni di tonnellate (-2,4%) rispetto ai volumi del 2021/22. Gran parte del declino si concentra - non sorprendentemente - sui grani duri prodotti in Ucraina (mais e orzo, barre blu), mentre le quantità movimentate di riso sono sostanzialmente inalterate a 53,4 milioni di tonnellate, barre rosse).

La Fao stima che il commercio di grani duri si contrarrà del -4,1% (9,5 milioni di tonnellate) nel 2022/23 rispetto al 2021/22, in gran parte a causa delle interruzioni delle esportazioni dall’Ucraina ed in secondo ordine per una riduzione della produzione in Usa. Sebbene le maggiori forniture di mais da Brasile ed Argentina e la maggiore domanda dall’Ue dovrebbero parzialmente compensare il calo, le previsioni Fao per il mais restano inferiori del 3% rispetto al 2021/22.

Con 191 milioni di tonnellate, anche il commercio mondiale di grano dovrebbe contrarsi dell’1,3% rispetto al 2021/22, in previsione di minori acquisti da parte di diversi paesi asiatici dove la strategia di sostituzione grano/riso a seguito degli alti costi del primo è maggiormente praticabile. Le ridotte prospettive di esportazione dell’Ucraina, combinate con minori previsioni di vendita per Australia e Argentina sono considerate superiori ai previsti aumenti delle esportazioni dal Canada, dall’Ue e dalla Russia.

CEREALI, VARIAZIONE DELLE ESPORTAZIONI GLOBALI
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Le restrizioni alle esportazioni hanno peggiorato la situazione, contribuendo alla scarsità ed all’aumento dei prezzi dei generi alimentari. Per i prodotti di base come grano, riso e olio di soia, queste misure hanno spinto i prezzi al rialzo di quasi il 10%. Politiche commerciali non collaborative persistenti nel tempo potrebbero vanificare i movimenti favorevoli nei prezzi che si stanno osservando oggi.

Secondo dati raccolti dalla Banca Mondiale e dal Global Trade Alert (un sistema di monitoraggio indipendente delle politiche commerciali degli Stati), da gennaio a giugno 2022 sono state annunciate/attuate 135 misure politiche che incidono sul commercio di alimenti e fertilizzanti. La grande maggioranza di queste misure (74) sta limitando l'export di beni alimentari; 2/3 sono divieti totali di esportazione.

86 nazioni hanno modificato le proprie politiche commerciali sui prodotti alimentari e sui fertilizzanti nel 2022, in particolare nella regione dell’Europa e dell’Asia centrale. 34 paesi hanno imposto misure restrittive, un numero vicino ai livelli della crisi alimentare del 2008-2012, in cui 36 paesi imposero restrizioni alle esportazioni contribuendo all’aumento dei prezzi di prodotti di base come grano e riso ben oltre il 30%.

Intuitivamente, il divieto totale di esportazione riduce l’offerta di un prodotto nei mercati globali e si traduce in un aumento del prezzo. Secondo la Banca Mondiale, l’impatto sui beni alimentari è influenzato da diversi fattori: 1) il cambiamento nell’offerta alimentare mondiale (vale a dire quanto pesa un Paese nell’offerta globale) 2) quanto sono elastiche le importazioni rispetto ai costi (vale a dire quanto è rigida la domanda a fronte della crescita dei prezzi). L'inflazione può essere essere esacerbata da aumenti della domanda guidati da una liberalizzazione temporanea delle importazioni o da restrizioni all’esportazione diverse dai divieti (ad esempio requisiti di licenza o quote di esportazione).

Limitando l’analisi ai divieti totali all'export, la Banca Mondiale ha stimato (vedi Figura 6) che le misure su prodotti come riso, grano e olio di soia hanno portato ad incrementi dei prezzi stimati rispettivamente al 12,3%, 8,9% e 14%. Prevedibilmente, la crescita del prezzo è stato trainata dalla riduzione dell’offerta dei principali Paesi esportatori: sul mercato del riso, l’India (barre verdi) ha contribuito al 98% dell'aumento di prezzo, con una quota sull’export totale del 33%. Le mosse della Russia (che controlla il 17,5% dell'export di grano e il 2,17% di quello di mais, barre rosse) spiegano l'83% dei movimenti del prezzo del grano e l'86% di quello del mais.

Il secondo risultato può apparire contro intuitivo, ma solo se non si tiene conto che la domanda di mais è di gran lunga più inelastica rispetto a quella di grano per via dell'utilizzo nell'alimentazione animale. Infine, il divieto di esportazione di olio di soia da parte della Turchia ha verosimilmente contribuito all'intero aumento del prezzo registrato sui mercati internazionali.

DIVIETI ALLE ESPORTAZIONI
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Queste misure possono anche innescare effetti di secondo ordine: altri Paesi esportatori possono imporre restrizioni e quelli importatori possono ridurre le tariffe all'import modificando la domanda globale. Entrambe le azioni amplificano lo shock iniziale sui prezzi.

I recenti sviluppi sui mercati agroalimentari fanno ben sperare in una rapida risoluzione dell'attuale stato di crisi. Il calo dei prezzi di queste commodities dovrebbe sommarsi a quello dei metalli e del petrolio, contribuendo ad una riduzione delle pressioni inflazionistiche su scala globale. Speriamo in una schiarita inattesa.

Direttore Generale dell'Agenzia delle Accise, Dogane e Monopoli
@MarcelloMinenna
Le opinioni espresse sono strettamente personali

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