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«Compra un albero e piantalo». Treedom corre e punta agli Usa

di Silvia Pieraccini

Il ceo dell'azienda. Federico Garcea

3' di lettura

Il grande salto è vicino: entro l’anno Treedom sbarcherà negli Stati Uniti con la propria piattaforma digitale che permette di comprare alberi e di piantarli in vari Paesi del mondo, dal Kenya al Guatemala, dal Camerun alla Colombia, dall’Ecuador ad Haiti, controllando (e condividendo) online la crescita della pianta (geolocalizzata e fotografata) e il suo stato di salute. Un avocado in Tanzania costa 29,90 euro, per un baobab in Madagascar si spendono 69,90 euro.

Sempre quest’anno la società fiorentina, fondata nel 2010 da un gruppo di soci guidati da Federico Garcea, punta a centrare il traguardo dei 20 milioni di euro di fatturato consolidato, che significa 15 volte quello del 2018 e il 43% in più del 2021, chiuso con 14 milioni e un margine operativo lordo (ebitda) negativo per 500mila euro. Filiali di Treedom sono aperte in Germania, Francia e Regno Unito, mentre in Olanda esiste un ufficio vendite.

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In 11 anni sono stati piantati quasi tre milioni di alberi nel mondo, acquistati da aziende (c’è chi li regala ai dipendenti o ai clienti, chi li utilizza per compensare le emissioni di Co2 o per fare azioni di sostenibilità) e da privati. Le aziende-clienti oggi assicurano il 70% dei ricavi e sono novemila, tra cui Enel (la prima ad aver comprato alberi Treedom nel 2012), Axa, Generali, Unicredit, Stellantis.

«Stiamo continuando a investire e ad assumere per crescere - spiega Garcea, ceo dell’azienda - e per questo l’ebitda sarà negativo anche nel 2022. Alla fine dell’anno scorso eravamo 70 persone, oggi siamo 103 a livello di gruppo, di cui 80 nella sede di Firenze». Lo sbarco in America s’annuncia come la svolta: «Abbiamo già costituito Treedom Inc. – aggiunge Garcea - e stiamo creando un team locale per portare l’innovazione della nostra piattaforma digitale su un mercato dove oggi operano Ong che piantano alberi o società che vendono crediti di carbonio».

Le risorse di Treedom in questi anni sono arrivate da investitori che hanno scommesso sul business. Nel 2017 la società ha lanciato un round da 2,2 milioni, nel 2020 ha raccolto altri 10,5 milioni. Tra gli investitori ci sono Luca Rancilio (presidente di Treedom), la famiglia Manuli, Banca Generali attraverso il fondo 8A+, Dvr Capital, Luca Colombo (country director Italia di Meta-Facebook). La maggioranza del capitale resta in mano a fondatori e dipendenti.

«Il progetto a lungo termine è la quotazione in Borsa - spiega Garcea - ma prima vogliamo aprire il mercato americano e, a seguire, quello asiatico, diventando un’impresa globale. All’inizio del 2023 sarà pronta la prima App e stiamo lavorando per sviluppare l’esperienza digitale. Tra i progetti dei prossimi anni c’è anche lo sbarco sul metaverso». L’affermazione di Treedom - nata come startup, oggi Pmi innovativa - è legata alla trasparenza: l’azienda ha cinque agronomi che girano il mondo per scegliere le aree in cui piantare gli alberi, facendo accordi (oggi sono 43) con Ong e cooperative locali. «Cerchiamo di portare reddito e sviluppo nei Paesi in cui piantiamo gli alberi e siamo arrivati a supportare quasi 180mila contadini», aggiunge Garcea che, prima di fondare Treedom, lavorava in una società attiva nell’elettrificazione rurale in Camerun e aveva toccato con mano il problema della deforestazione illegale. Ispirato anche dal videogame Farmville, ha dato vita a un progetto digitale ma non si definisce un imprenditore digitale: «Direi piuttosto un imprenditore d’impatto - spiega - perché il nostro è un social business. Il digitale è un mezzo: abbiamo visto lungo quando abbiamo messo gli alberi sul web pensando che avrebbe aiutato a ridurre le distanze e a far vedere dove finiscono i soldi spesi». Treedom oggi è una società benefit, che ha affiancato all’obiettivo del profitto quelli dell’impatto positivo sulla comunità e sull’ambiente, ed è stata una delle prime in Italia a ottenere la certificazione BCorp nel 2014. L’attenzione alla sostenibilità, esplosa in questi anni, l’ha aiutata: «Quando nel 2010-2011 chiamavo le aziende per proporre di piantare alberi, nove su dieci non si occupavano di sostenibilità. Oggi è il contrario».

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