ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùLa tornata elettorale

Comunali e referendum, l’insuccesso di Lega e M5S si scarica sul governo

Sia Salvini che Conte fanno aumentare la temperatura nella maggioranza ma in realtà devono fronteggiare le critiche più o meno dirette che arrivano dall’interno dei loro stessi partiti

di Barbara Fiammeri e Emilia Patta

M5S, Conte: "Stiamo al Governo ma non zitti e buoni"

2' di lettura

A ventiquatt’ore dai risultati delle comunali e dei referendum, come era prevedibile gli effetti si stanno facendo sentire. Soprattutto nei due partiti che sono usciti più malconci: la Lega di Matteo Salvini, certo, che ha subìto il fallimento dei quesiti sulla giustizia e soprattutto il sorprasso di Fratelli d’Italia anche al Nord; ma ancora più sofferente è il M5s di Giuseppe Conte, quasi evaporato anche nelle sue roccaforti storiche del Sud (a Palermo si ferma sotto il 7%).

La delusione dei leader “gialloverdi”

E naturalmente la delusione di entrambi i leader “gialloverdi” trova come immediato sfogo la manifestazione di dubbi sul sostengo al governo, sul quale rischiano ora di scaricarsi tutte le tensioni interne. Ieri la Lega ha subito recapitato al premier Mario Draghi un segnale sulla giustizia: l’accordo che doveva consentire il passaggio della riforma Cartabia in Senato traballa per il rifiuto dei leghisti di ritirare gli emendamenti come chiesto dal governo.

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Conte è ancora più esplicito: «Uscire dal governo? Tanti ce lo chiedono. Il nostro elettorato sta soffrendo. Non ci sentiamo di voltare le spalle ai cittadini...». Poi aggiunge: «Siamo responsabili, ma nessuno ci dica di stare zitti». Insomma, dal no alle armi all’Ucraina, in occasione delle risoluzioni sul Consiglio Ue del 21 giugno, fino al decreto aiuti che a fine mese sarà all’esame della Camera e che contiene le norme sul termovalorizzatore di Roma e sul superbonus, Conte avverte che non abbasserà la guardia.

Le critiche interne

In realtà tanto l’«avvocato del popolo» quanto Salvini devono fronteggiare le critiche più o meno dirette che arrivano dall’interno dei loro stessi partiti. Da una parte i dimaiani si stanno già organizzando in vista di un eventuale strappo di Conte. Alla Camera alcuni deputati sono pronti a presentare un emendamento al decreto sull’election day, che facilita la nascita di nuovi gruppi e la loro presentazione alle elezioni senza l’obbligo delle firme.

Non meno pesante il nervosismo in casa Lega: l’altra sera il vicesegretario Lorenzo Fontana, a caldo, aveva detto esplicitamente «fosse per me io sono abbastanza stanco» con riferimento alla permanenza nell’esecutivo Draghi. Uno sfogo pubblico che rappresenta però bene quel che pensa anche Salvini: per il segretario il sorpasso di Giorgia Meloni è da attribuire quasi esclusivamente al permanere nella maggioranza con il Pd a sostegno di Draghi. In realtà il leader della Lega ci ha messo del suo, dal Papeete al pasticcio del Quirinale fino da ultimo al caso del mancato viaggio a Mosca. E ne sono convinti probabilmente alcuni dei principali esponenti del Carroccio, da Luca Zaia a Giancarlo Giorgetti passando per Massimiliano Fedriga, che tuttavia in questo momento non intendono mettere pubblicamente sotto processo il segretario. Piuttosto lo vogliono mettere sotto “tutela”, anche in vista della formazione delle liste elettorali.

Ad agitare ancora di più le acque nel centrodestra è la preoccupazione di Silvio Berlusconi per il successo dei terzi poli in varie città: «Rivolgo alle forze e soprattutto agli elettori di centro l’invito a venire con noi». La caduta dei consensi alla Lega ha messo insomma in soffitta l’ipotesi di una federazione con Fi: il vecchio leader azzurro guarda piuttosto alla ricomposizione del centro sotto l’egida azzurra.

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