Legge di Bilancio

Comuni, nei mini capoluoghi super aumenti per i politici. Ecco la mappa

La riforma delle indennità produce aumenti del 160% nelle città sotto 50mila abitanti, raddoppiano i compensi nei centri più grandi

di Gianni Trovati

Roberto Gualtieri giura da sindaco di Roma in Campidoglio

4' di lettura

L’aria per i politici locali sembra cambiare. E pare spingere in soffitta l’ultradecennale lotta alla “casta”, che come tutte le battaglie qualunquiste ha colpito debolmente i forti e fortemente i deboli, più facili da gestire: riservando qualche buffetto a vertici ministeriali e Regioni, e accanendosi su Province, Comunità montane e in generale sulle amministrazioni locali.

I segni del vento che muta direzione sono parecchi. E partono dalla riforma delle indennità nella legge di Bilancio, per proseguire con il disegno di legge sul terzo mandato nei Comuni fino a 5mila abitanti, atteso in Aula alla Camera, e con la riforma delle responsabilità scritta nella bozza del nuovo testo unico degli enti locali.

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Buste paga in lire

Ma per verificare gli effetti di questo nuovo indirizzo è utile cominciare dai soldi, che sono pur sempre un’unità di misura concreta del valore attribuito a ruoli e funzioni. Oggi le indennità degli amministratori locali sono quelle stabilite da un decreto del Viminale di 21 anni fa, il 119 del 4 aprile 2000, e parlano quindi il linguaggio antico delle lire.

Per i sindaci delle città con oltre mezzo milione di abitanti è previsto un massimo mensile lordo di 15 milioni e 100mila lire (7.799 euro), il tetto si ferma a 11 milioni e 200mila per i Comuni fra 250mila e 500mila residenti e cala giù giù fino ai 2 milioni e mezzo per gli enti più piccoli.

Da allora tutto è rimasto inalterato mentre per l’inflazione quelle cifre hanno perso il 34,1% del valore iniziale. Anzi, un aggiornamento c’è stato, ma al ribasso, quando la Finanziaria per il 2006 (comma 54 della legge 266/2005) le ha tagliate del 10% (ad esempio, 780 euro per i sindaci delle città più grandi).

Per misurare le conseguenze basta pensare alle ultime amministrative. Nelle grandi città la “società civile” spegne i telefoni quando sa che i partiti sono a caccia di candidati, e nei centri medio-piccoli diventa spesso un problema fare le liste.

Il governo Draghi, con il ministro dell’Economia Daniele Franco e il titolare della Pa Renato Brunetta, ha deciso di mettere mano al problema. Il risultato è la norma in legge di Bilancio, che trascina al rialzo anche le buste paga di vicesindaci, assessori e presidenti dei consigli comunali: 35mila persone.

La nuova regola

La nuova regola fissa un principio, che àncora il compenso degli amministratori locali a quello dei presidenti di Regione, con un parametro che scende insieme alla dimensione demografica del Comune.

Il 100% dei 13.800 euro lordi fissati come tetto per i cosiddetti «governatori» è riservato ai «sindaci metropolitani», che guidano città come Roma, Milano, Torino, Napoli, Bologna o Firenze. Negli altri capoluoghi si scende all’80% quando gli abitanti sono più di 100mila e al 70% quando sono meno, mentre per i Comuni non capoluogo si va dal 45% dei più grandi al 16% di quelli sotto i 3mila abitanti.

Il fondo per gli aumenti è progressivo: il 45,5% del cofinanziamento, 100 milioni, parte l’anno prossimo, nel 2023 si sale a 150 milioni (68,2%) per arrivare a 220 milioni dal 2024.

COME CAMBIERÀ LA BUSTA PAGA

Indennità attuali (lorde mensili) dei politici locali a confronto con quelle previste dalle legge di bilancio. In euro

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Le conseguenze pratiche

Gli effetti sui tetti alle indennità sono sintetizzati nelle tabelle, e mostrano anche qualche imprevisto che avrà forse bisogno di correzione. Per i sindaci delle città maggiori si passa dai 7.019 euro previsti oggi come limite massimo ai 13.800 euro dei presidenti di Regione, con un aumento a regime del 97% (in pratica un raddoppio).

Nei capoluoghi più piccoli il balzo è anche più forte, fino al record del 160% in quelli con meno di 50mila abitanti come Vercelli, Lodi, Belluno, Isernia o Vibo Valentia per fare qualche esempio.

Se i Comuni non sono capoluogo, gli aumenti sono minori, fino al +33% degli enti più piccoli. Dove però i 1.659 euro previsti oggi come limite non sono quasi mai raggiunti, perché sono il frutto di un aumento deciso lo scorso anno solo per i mini-enti ma rimasto in genere teorico perché sottofinanziato.

Balza all’occhio il diverso trattamento che premia i piccoli Capoluoghi (+160%, appunto) con una generosità decisamente maggiore rispetto a quella rivolta a Comuni più grandi ma senza la “targa” della Provincia (+38%), come Sesto San Giovanni a Milano o Giugliano in Campania, per citare due casi.

È un effetto non voluto, un super-premio alla lotteria nato dalla divisione più rigida fra capoluoghi e non, prevista dalla nuova norma abbandonando la più lineare scala demografica attuale. In ogni caso, i Comuni dovranno metterci del loro: perché la spesa attuale per le indennità è 435 milioni all’anno, quindi il fondo statale copre un incremento del 50 per cento.

Effetti a catena

Un altro passaggio delicato riguarda vicesindaci, assessori e presidenti di consiglio comunale, figure che hanno un’indennità variamente parametrata su quella dei loro sindaci (anche qui le percentuali salgono con il crescere della dimensione demografica comunale).

Nelle intenzioni della nuova regola c’è quella di adeguare anche queste somme, per ovvie ragioni logiche, con gli stessi aumenti previsti per i sindaci. Ma quando si parla di norme anche la logica deve stare attenta. Perché le percentuali che rapportano le indennità degli altri amministratori a quelle del sindaco, previste sempre dal Dm 119/2000, si riferiscono «agli importi delle indennità determinati ai sensi del presente decreto» (lo spiega l’articolo 12, comma 1). E non, dunque, a quelli previsti dalla manovra.

Quando si parla di fondi pubblici, l’interpretazione letterale ha sempre la meglio su quella estensiva. Ma il Parlamento avrà modo di intervenire senza lasciar innescare il cortocircuito.

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