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Comuni sciolti per mafia: in Calabria e Campania il record di recidive

In quasi trent'anni, su 515 decreti in totale e 249 enti poi effettivamente sciolti, sono state già 62 le amministrazioni locali sciolte più di una volta. Dal momento cioè dell'introduzione della norma nel 1991, fino ad oggi. Di queste, 45 hanno subito due scioglimenti, 17 invece anche tre

di Raffaella Calandra


Sciolti per mafia 249 comuni negli ultimi 28 anni

4' di lettura

Il record lo raggiunge chi ne ha subiti anche tre. Tre diversi scioglimenti, per infiltrazioni mafiose. E ogni volta, è una sconfitta per lo Stato. Che ha lasciato che i clan condizionassero gli uffici pubblici e poi non ha saputo evitare che succedesse ancora. Una sconfitta, ripetuta non così poche volte, stando ai dati dell'ultimo rapporto di Avviso Pubblico, presentato a Roma giovedì 4 luglio.

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In quasi trent'anni, infatti, su 515 decreti in totale e 249 enti poi effettivamente sciolti, sono state già 62 le amministrazioni locali sciolte più di una volta. Dal momento cioè dell'introduzione della norma nel 1991, fino ad oggi. Di queste, 45 hanno subito due scioglimenti, 17 invece anche tre. Anche se in sette casi almeno uno dei provvedimenti è stato poi annullato.

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Scioglimenti multipli
Sono tutti calabresi o campani i 17 Comuni, che per tre volte hanno visto il decadimento della propria amministrazione, per «elementi concreti, univoci e rilevanti» - come recita la norma – di collegamenti con la criminalità organizzata o «forme di condizionamento, tali da determinare un'alterazione del procedimento di formazione della volontà degli organi elettivi e compromettere l'andamento o l'imparzialità delle amministrazioni». Si va da Arzano, a Gioia Tauro; da Casal di Principe a Platì, da San Cipriano d'Aversa a Taurianova o Nicotera o San Ferdinando. Nei casi di scioglimenti multipli, più volte era stato rieletto lo stesso sindaco e comunque ogni volta venivano riscontrati - analizza Avviso Pubblico – molti elementi di continuità col passato contestato. Ogni volta però che si ripete uno scioglimento è la dimostrazione di quanto lo Stato, attraverso il commissariamento, non sia riuscito a creare le condizioni necessarie, per impedire nuove infiltrazioni dei clan nella cosa pubblica. Così le storie di «scioglimenti plurimi sono storie di abbandono, di inefficienza dello Stato, di inefficacia degli strumenti», riflette Simona Melorio.
Ci sono state realtà, come quella di San Luca, feudo della ‘ndrangheta nella Locride, dove i cittadini sono tornati a votare dopo sei anni, per mancanza di candidati, o ci sono stati comuni che in certi periodi hanno avuti più commissari che sindaci.

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    Settori
    Dagli appalti pubblici, ai servizi, alla raccolta dei rifiuti sempre più spesso: i settori attraverso i quali avviene il condizionamento dei boss seguono l'evoluzione delle stesse mafie. Così nel tempo, ai comparti più classici, si sono affiancati anche casi di gestione dell'accoglienza dei migranti, degli impianti sportivi o delle concessioni balneari o del gioco d'azzardo. A San Giuseppe Vesuviano, ad esempio, parenti dei boss ricevevano ingiustamente i pacchi alimentari; a Surbo, alloggi di edilizia popolare; a Cirò Marina, c'era una «vera e propria immedesimazione organica» degli amministratori, scelti direttamente dai vertici della cosca locale; a Delianuova, era il sindaco ad invocare l'aiuto del clan.
    Commissariamenti in corso - Attualmente, sono 40 gli enti sottoposti a gestione commissariale. E se in questi anni ci sono stati diversi Comuni sciolti per mafia anche nelle regioni del centro Nord (ma solo 10 in totale: uno in Lombardia. Uno in Emilia Romagna, come in Piemonte e Liguria; due in Lazio), al momento sono invece tutti distribuiti tra Calabria (22), Sicilia (9), Puglia (5) e Campania (4). Con la provincia di Reggio Calabria ad avere il primato, seguita da quella di Napoli. In prevalenza, si tratta di cittadine medio-grandi, con popolazione superiore ai 20mila abitanti. E molto spesso, si tratta di Comuni in situazioni di dissesto finanziario.
    Annullamenti - Ma in quasi tre decenni di contrasto alle infiltrazioni dei clan dentro le amministrazioni, non sono mancati provvedimenti di scioglimenti, prima presi, poi annullati dai giudici amministrativi. E 45 sono state le ispezioni concluse con l'archiviazione. E c'è stato pure il caso del Comune di Villa San Giovanni, che per due volte (nel 2010 e nel 2018) ha visto prima decadere la propria amministrazione, poi quella decisione è stata cancellata.

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    Riflessioni
    Insieme al rapporto, Avviso Pubblico raccoglie anche analisi e proposte di esperti, in una pubblicazione a cura di Simona Melorio (Altreconomia Edizioni). Riflessioni anche critiche nei confronti della norma, che ad esempio «non segue la geopolitica delle mafie e la loro espansione», scrive Isaia Sales. Visto che avviene molto più spesso al Sud che al Nord il ricorso allo scioglimento, a fronte di una conclamata e prolungata colonizzazione delle regioni settentrionali, soprattutto da parte della ‘ndrangheta. Così c'è anche chi richiama la proposta formulata dalla Commissione parlamentare antimafia, all'epoca della guida di Rosy Bindi, di una forma di «affiancamento dello Stato all'amministrazione in odore di mafia, più che scioglimento». E questo per riprendere lo spirito originario della norma, diventata invece «sempre più spesso una sanzione, piuttosto che un aiuto, una presa in carico dello Stato dei problemi di quella collettività».

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