sbagliando si impara

Comunicare bene significa anche saper ascoltare

di Piero Pavanini *


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3' di lettura

Le analisi sugli ascolti dei media televisivi sempre più spesso parlano di disaffezione del pubblico rispetto ai format di dibattiti e talk show televisivi. Secondo gli esperti il motivo è da ricercare nella scarsa qualità della comunicazione fra i partecipanti. Raramente, infatti, si assiste a dibattiti pacati e di qualità. Di qualunque argomento si tratti, i protagonisti, ma anche i conduttori, spesso alzano la voce, non lasciano terminare all’interlocutore un ragionamento compiuto, interrompono con altre domande e incalzandoli con giudizi o provocazioni. Lo fanno perché il conflitto e lo scontro verbale alzano l’audience? Può darsi e questo dà l’idea del livello del pubblico medio televisivo. Il risultato che si ottiene è molteplice: l’intervistato si innervosisce, la qualità del confronto si abbassa, l’ascoltatore non riesce a farsi un’idea di opinioni e posizioni degli intervistati.

È preoccupante questa deriva comunicativa, che peraltro è tipica dei Paesi latini e quasi completamente assente nei Paesi anglosassoni o in Germania. Il motivo non è solamente da ricercare nella mancanza di rispetto verso le persone o nella scarsa educazione, ma nella scarsa abitudine all’ascolto. Capita anche nei dialoghi fra amici e conoscenti: appena una persona esprime una posizione, l’altro non chiede e non esprime interesse, ma immediatamente riporta la sua posizione o le sue esperienze. Sembra che l’incapacità all’ascolto sia diventata lo standard del modo di comunicare, ed è un paradosso in un’epoca di continua connessione sui mezzi digitali, dove gli strumenti di interattività abbondano. Il parlarsi addosso, l’interrompersi a vicenda sembrano essere fenomeni normali, elementi che portano frustrazione nei rapporti, difficoltà di comprensione nel mondo del lavoro, ma anche nei rapporti di coppia, in famiglia e fra amici.

A livello sociale siamo di fronte, anche in ambienti culturalmente evoluti, alla diffusione di una cultura della competizione, che tra i suoi effetti positivi genera la motivazione al miglioramento delle capacità e delle competenze, ma anche la spinta alla prestazione a tutti i costi che può degenerare nel desiderio di rivalsa e annullamento dell’avversario. Prevale la ricerca del risultato a tutti i costi, a scapito del rispetto e della capacità di comprensione delle differenze dei punti di vista. La comunicazione spesso è a una via, è priva dell’ascolto e genera il rallentamento della crescita della persona, limitando le capacità di arricchimento culturale che viene dall’apertura e dal confronto.

Nel mondo di oggi nessuno si può vantare di conoscere la verità, di qualunque campo o settore si tratti. Semplicemente perché la verità non esiste. Ovvero esistono tante verità diverse, in continuo e veloce cambiamento, frutto dell’evoluzione delle situazioni, dei mercati, delle condizioni, delle tecnologie, del pensiero. Quindi nessuno ha il diritto di sentirsi padrone della verità, nessuno può agire come depositario di una conoscenza scolpita nel marmo, e nessuno ha il diritto di imporre con la forza della voce o del carisma il suo pensiero agli altri.

Va riscoperto il valore dell’ascolto come base della capacità di comunicare, il valore dell’umiltà, che presuppone autocritica costante, capacità di leggersi dentro, di mettersi in discussione

Per lavoro ho avuto la fortuna di conoscere imprenditori, manager, ricercatori, campioni dello sport, ed ho notato in tutti un elemento comune: la capacità di ascoltare. Erano persone che avrebbero potuto parlare per ore delle loro vite e dei loro risultati, ponendosi sopra tutti e tutto in ragione del loro successo. Eppure quasi sempre si trattava di persone che preferivano ascoltare piuttosto che parlare e l’elemento che le accomunava era la curiosità, la voglia di conoscenza e di apprendimento, anche se apparentemente non ne avevano bisogno. Ricordo con simpatia l’incontro fra un Amministratore Delegato di una multinazionale dell’informatica con un imprenditore del settore retail, entrambi all’apice del successo e della notorietà, che, una volta seduti al tavolo per impostare un evento, non smettevano di farsi domande sulle rispettive carriere, posizioni, idee, sconfinando sul personale, le vite private, gli hobby e le passioni.

Nella società, nelle organizzazioni, nelle imprese è necessaria la diffusione di un atteggiamento diverso (che sarebbe bene venisse insegnato nelle scuole come valore alla base delle relazioni sociali) di ascolto e di apertura verso le differenze e verso posizioni e pensieri apparentemente lontani dalle proprie convinzioni. Perché le convinzioni non generano crescita e sono destinate, prima o poi, ad essere smontate. Va riscoperto il valore dell’ascolto come base della capacità di comunicare, il valore dell’umiltà, che presuppone autocritica costante, capacità di leggersi dentro, di mettersi in discussione. Emerge l’esigenza di «imparare ad ascoltare», di mettere «l'altro» al centro, con al primo posto della scala delle priorità il fatto che i pareri aiutano ad apprendere e i diversi punti di vista portano arricchimento.

E non si tratta solo dell’esigenza di «rispettare il prossimo e le sue idee»: la prevaricazione verbale, la chiusura, la presupponenza e l’arroganza dell’atteggiamento sono simboli di ignoranza e sottocultura, l’opposto di quello di cui tutti abbiamo bisogno; un’occasione mancata per crescere, per consentirci di evolverci nel senso più pieno e arricchente del termine.

* Partner di Newton SpA

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