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Comunicazione interpersonale dopo la pandemia

Il mondo è cambiato. Quel che è meno evidente è il modo in cui è cambiata la realtà delle persone con le quali, ogni giorno, ci troviamo a interagire

di Paolo Borzacchiello

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(ANSA)

Il mondo è cambiato. Quel che è meno evidente è il modo in cui è cambiata la realtà delle persone con le quali, ogni giorno, ci troviamo a interagire


3' di lettura

Il mondo è cambiato, questo è certo ed evidente a tutti. Quel che è meno evidente è il modo in cui è cambiata la realtà delle persone che lo vivono e con le quali noi, ogni giorno, ci troviamo a interagire. L’unico modo possibile per fronteggiare con successo un contesto come quello attuale è rivolgersi alla scienza e utilizzare solo quegli strumenti che, da un rigoroso punto di vista scientifico, permettono a chiunque li utilizzi di ottenere risultati concreti, verificabili e, prevedibili. È l’evoluzione della specie: da uomo che comunica (e che, quindi, quando va bene, forse è consapevole di quel che dice e dei gesti che compie mentre lo dice) a uomo che interagisce e che, quindi, è consapevole che qualsiasi elemento dell’ambiente circostante si traduce, per il cervello, in una specifica realtà che può controllare o, almeno, gestire.

Per il cervello umano, ad esempio, la distanza fisica si traduce in distanza emotiva: più un interlocutore è lontano, meno empatizziamo con lui.

Si chiama embodied cognition (cognizione incarnata) ed è lo stesso principio per cui tenere in mano una tazza di caffè calda ci fa apparire più “caldi” i nostri interlocutori.

Ebbene, oggi interagiamo come mai prima d’ora abbiamo fatto attraverso il mezzo digitale. Se pensiamo di applicare le stesse tecniche e gli stessi approcci che abbiamo usato fino a tre mesi fa, rischiamo di ritrovarci con risultati decisamente diversi da quelli attesi. Ecco allora che ci può venire in soccorso l’intelligenza linguistica, con le sue metafore che il nostro cervello scambia per linguaggio letterale e trasforma immediatamente in altrettante sensazioni corporee. Dire a un collaboratore, ad esempio, che noi lo accompagneremo “passo passo” in questo percorso di ripresa e che “gli saremo vicini”, sempre pronti a “tendergli la mano”, attiva nel suo cervello specifiche aree e altrettanto specifiche reazioni fisiologiche, proprio come se quella mano noi gliela tendessimo davvero. Pensateci: noi, d’istinto, già attribuiamo ai concetti di vicinanza e distanza connotazioni, rispettivamente, positive e negative: ti sento vicino, oggi mi sembri lontano... e così via. L’idea di interazione ci porta, dunque, qui: analizzo uno scenario e verifico che il mio interlocutore è fisicamente a distanza, comprendo che questo dato fisico può tramutarsi in un dato emotivo e fisiologico e, fra tutte le parole e metafore possibili, scelgo proprio quelle che stimolano nel cervello una realtà diversa e più confortevole di quella che vive il nostro interlocutore. Sembra magia, e invece è scienza.

Questo tipo di analisi, per fare un altro esempio, ci porta a considerare che un’interazione che avviene attraverso schermi di vetro o con interlocutori che hanno appena parlato con qualcuno attraverso una lastra di plexiglass ha bisogno di metafore e parole speciali: solide fondamenta, caloroso benvenuto, stabilità, duraturo, consistente. Il motivo? Ancora una volta, la embodied cognition: per il cervello, il freddo del vetro o del plexiglass diventa freddo emotivo, così come il “caldo” detto a parole diventa “caldo” emotivo, con tutti i vantaggi in termini relazionali che questo comporta. La ricerca, anche in questo caso, è sterminata: il motivo per cui ancora poco si parla (per ora) di queste cose è che a nessuno finora è venuto in mente di mettere insieme i pezzi, di chiedersi in che modo una variabile ambientale (distanza fisica, o freddo vetro) influenzasse la variabile linguistica (le metafore) e viceversa. Fino ad ora, appunto.

Infine, visto che tutti noi ci troviamo quotidianamente a interagire con persone che indossano o hanno appena indossato una maschera e guanti in lattice e che si sono cosparsi le mani con gel antisettici, consideriamo che qui entra in gioco la enclothed cognition, una specie di cognizione incarnata riferita agli abiti o agli accessori che indossiamo. Questi accessori ci fanno sentire più insicuri e diffidenti e ci ricordano cose come ospedali e malattie. Come interagire con persone la cui amigdala, il sistema di allarme, è costantemente in allerta? Ancora una volta, con una precisa scelta linguistica: parlare di “viaggi” e “natura”, ad esempio, produce nel cervello una sensazione di rilassamento e tranquillità, la stessa che sperimentiamo senza saperlo al supermercato quando, appena entrati, vediamo cesti di frutta fresca (e non acqua e detersivi. Vi siete mai chiesti il motivo?). Noi, ora, stiamo qui “seminando” concetti che daranno presto i loro “frutti”. E io, in questo “percorso”, vi accompagnerò “passo passo” alla scoperta di “nuovi orizzonti” che renderanno più gratificanti e semplici le vostre interazioni. Benvenuti nel mondo delle interazioni umane, benvenuti nell’evoluzione della specie.

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