La finestra sul cortile

Comunque l’euro forte non è per forza un problema italiano

Le valute forti non annientano le esportazioni e la crescita: le ricadute del mercato valutario non vanno sopravvalutate

di Ken Fisher*

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(AdobeStock)

Le valute forti non annientano le esportazioni e la crescita: le ricadute del mercato valutario non vanno sopravvalutate


3' di lettura

Con il rafforzamento dell’euro cresce il timore che il cambio paralizzerà le esportazioni dell’Italia e dell’Eurozona, soffocando la ripresa economica e affossando le azioni. Niente panico, questo non accadrà. Il recente rialzo dell’euro è modesto e anche se dovesse apprezzarsi ancora molto, le valute forti non annientano le esportazioni e la crescita. Ecco perché.

I pessimisti sostengono che il vigore dell’euro rende più costose le esportazioni italiane per i consumatori esteri, frenando la domanda. Se fosse così, Italia ed Eurozona soffrirebbero. Prima del Covid le esportazioni italiane ammontavano al 31,6% del Pil, superiore al 30,6% del livello globale. Il peso delle esportazioni sul Pil dell’Eurozona è addirittura maggiore, collocandosi al 45,8%. Il commercio nell’area euro e in Italia è già debole, soprattutto con alcuni dei principali partner non appartenenti all’Eurozona. Da gennaio a novembre infatti l’export dell’Italia verso i Paesi non europei è in calo dell’11% confrontato con i primi 11 mesi del 2019. Gli allarmisti ritengono che ciò renda la forza dell’euro particolarmente pericolosa.

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Prima di tutto, non bisogna sovrastimare la forza della moneta unica. È vero, ha guadagnato il 14,7 rispetto al dollaro dai minimi del 20 marzo. Questo incremento, tuttavia, non è altro che un rimbalzo dal profondo, e temporaneo, tonfo del 6,4% avvenuto tra il 9 e il 20 marzo, un’inversione di tendenza rispetto alla “fuga verso la qualità” che solitamente sostiene il dollaro durante le fasi di panico sui mercati azionari. Gli investitori in preda al panico spesso si rifugiano nella percepita sicurezza dei titoli del Tesoro USA. A tale scopo, vendono altre valute e acquistano dollari.

Pensate a quanto accaduto nel decennio precedente. Dal livello più basso toccato dal biglietto verde nell’aprile 2008 al punto minimo del mercato azionario ribassista del marzo 2009, il dollaro si è apprezzato del 27% nei confronti dell’euro. Poi il panico è svanito. Dal 9 marzo 2009 alla fine di quell’anno, l’euro ha recuperato il 13,5% sulla valuta statunitense. Ciò non ha impedito l’inizio della ripresa economica. Non ha certamente fermato le azioni dell’Eurozona e l’indice Ftse MIB, che in quel lasso di tempo sono saliti rispettivamente del 66,9% e del 92,4%, surclassando il 52,3% del mercato azionario globale.

Consideriamo adesso il 2017 quando i timori dell’euro forte si sono diffusi. Nel 2017 l’euro ha guadagnato il 13,8% sul dollaro. Le esportazioni italiane sono aumentate del 7,6%. Il Pil è cresciuto dell’1,7%, mai così tanto dal 2010. Ancora una volta, i mercati azionari dell’Eurozona hanno fatto meglio dei mercati globali, mentre l’indice Ftse Mib ha registrato rendimenti addirittura doppi rispetto ai ritorni globali. Mentre dubito che Piazza Affari possa primeggiare in questo momento, avendo un eccessivo orientamento value, il sostenere che un euro forte sia foriero di ribassi del mercato è semplicemente sbagliato.

Alcuni temono che l’attuale modesto apprezzamento dell’euro sia solo l’inizio, ma questa tesi dimentica il vero motivo per cui le valute forti non frenano il mercato. Nel nostro mondo globalizzato, sono ormai pochi i prodotti che vengono realizzati esclusivamente in una nazione. Più spesso accade che i produttori importino materie prime, macchinari e componenti. Fiat Chrysler, ad esempio, lavora con 2.100 fornitori non solo europei ma anche latinoamericani, statunitensi, turchi e di altre regioni. Opera in oltre 40 paesi, molti dei quali al di fuori dell’Eurozona. Un euro forte riduce i costi delle attività all’estero. Le imprese, inoltre, adottano politiche di copertura contro le fluttuazioni valutarie. L’idea che le valute forti siano un problema è una tesi mercantilista ormai superata.

Gli opinionisti pensano quasi sempre che le valute siano troppo forti, mettendo a rischio le esportazioni, o troppo deboli, alimentando i timori di inflazione. Per loro i tassi di cambio non trovano mai il giusto equilibrio. Ciò è doppiamente vero adesso che i pessimisti incalliti si aggrappano a qualsiasi argomentazione per sostenere la loro precedente previsione ribassista, errata e fuori luogo. Ma voi potete, e dovreste, ignorare il loro allarmismo.

*Presidente esecutivo di Fisher Investments Worldwide

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