MODA

Con gli abiti di Granata gli scorci di Calabria fanno il giro del mondo

La stilista cosentina dipinge e fa stampare su seta tessuti che diventano abiti culturali

di Donata Marrazzo

La stilista cosentina dipinge e fa stampare su seta tessuti che diventano abiti culturali


2' di lettura

Può un capo d'abbigliamento raccontare un territorio, i suoi paesaggi, il suo patrimonio culturale? Un vestito, una giacca, un foulard, una stola, può interpretare il senso dei luoghi, la loro storia, la cultura, le tradizioni, la vita delle comunità? Luigia Granata, artista e stilista cosentina lo fa da alcuni anni, portando nel mondo (Parigi, New York, Dubai) scorci di Calabria: i borghi, il mare, le montagne, frammenti di manoscritti greci e codici miniati caratterizzano le sue collezioni. Dipinge, poi stampa su seta (a Como), infine produce “abiti culturali” a Montalto Uffugo, in provincia di Cosenza, con i giovani sarti dell'azienda Callisto Lab. Ma prima ancora visita i luoghi, parla con la gente, studia i costumi tradizionali, accostando design e antropologia, ricerca e atto creativo. Architettura e terroir per una nicchia del mercato del fashion.

In pochi anni, con la sua G Design Italy ha conquistato buyer russi e arabi. Ma le sue creazioni vengono ammirate anche alle fashion week milanesi e alla Biennale di Venezia. In Calabria le sue casacche, gli abiti kimono, le gonne, i tubini e i pantaloni palazzo puntellati di tetti, vicoli e luoghi iconici raccontano una terra solare, libera da pregiudizi e stereotipi: «Le mie creazioni rappresentano un'occasione di riscatto per un territorio spesso sopraffatto dai cliché e invece ricco di arte, storia e umanità», dichiara l’artista, nominata di recente presidente regionale di Confartigianato Moda, settore sarti e stilisti.

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La Cattolica di Stilo, il santuario di Santa Maria dell’Isola a Tropea, il borgo marinaro di Chianalea, quello aspromontano di Pentedattilo, il castello sul mare di Roseto Capo Spulico e peperoncini, bergamotti, fichi e cipolle rosse colorano seta, lanacotta, viscosa, georgette. A Cosenza, dove ai margini della città vecchia ha allestito il suo atelier, la stilista ha dedicato una collezione intera con le architetture del centro storico, il teatro Rendano, le piazze della città nuova, le lucerne e i sigilli custoditi nel museo dei Bretti e degli Enotri. Una forma innovativa di narrazione del territorio che si è spinta oltre.

Le sue ricerche l’hanno portata a indagare le minoranze linguistiche con le loro culture antiche: la comunità valdese e quella arbëreshë di cui ha rivisitato monili e abiti tradizionali. I mosaici della chiesa di Sant'Adriano di rito bizantino, a San Demetrio Corone, sono stampati su un abito lungo in jersey di viscosa. Su abiti e casacche di seta rossa ha riprodotto il Codex purpureus Rossanensis, evangelario greco del VI sec., fra i più antichi al mondo, realizzato in Siria, forse ad Antiochia, con miniature che raffigurano eventi della vita di Cristo (la Resurrezione di Lazzaro, l'ingresso di Gesù a Gerusalemme, il colloquio con i sacerdoti e la cacciata dei mercanti dal tempio, Cristo nel Getsemani). Su giacche e cappotti di lanacotta bianca, campeggia invece la simbologia di Gioacchino da Fiore: le aquile, i cerchi trinitari, il drago, l'albero dell'umanità. «Sono cresciuta in montagna, a Camigliatello, nel parco della Sila, vicino a luoghi dell'abate di San Giovanni in Fiore - conclude l'artista - Il suo pensiero ha alimentato la mia spiritualità che ha preso forma anche nelle mie opere».

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