rapporto save the children

Con il Covid scuola in presenza per il 50% dei giorni previsti. A Bari solo 48 su 107

La situazione della didattica a distanza e in presenza in 8 capoluoghi italiani: a Bari in classe per 48 giorni su 107, a Milano per tutti i 112 stabiliti. Nel mondo persi 74 giorni di istruzione a testa

di Alessia Tripodi

Save The Children: un anno di lockdown raccontato dagli adolescenti

4' di lettura

A causa del Covid in alcune città italiane gli studenti sono entrati in classe per meno della metà dei giorni previsti dal calendario scolastico. Lo rivela un rapporto di Save The Children che, a un anno dal primo lockdown generale - e mentre nel governo si discute di possibili nuove chiusure delle scuole - ha fotografato la situazione della didattica a distanza e in presenza degli alunni in 8 capoluoghi italiani da settembre 2020 a febbraio 2021. Scoprendo grandi differenze da nord a sud: se i bambini delle scuole dell’infanzia di Bari, per esempio, sono andati a scuola per 48 giorni sui 107 previsti, a Milano le lezioni in presenza si sono tenute per tutti i 112 giorni stabiliti.

A livello mondiale, i numeri dicono che a un anno dall'inizio della pandemia bambini e adolescenti di tutto il mondo hanno perso in media 74 giorni di istruzione ciascuno, più di un terzo dell'anno scolastico medio globale di 190 giorni, per un totale di 112 miliardi di giorni di istruzione persi complessivamente. Una situazione preoccupante che ha effetti molto pesanti sui livelli di apprendimento e che - sottolinea Save The Children - rischia di aggravare le diseguaglianze educative esistenti sia nel nostro Paese che a livello globale. Oltre ad avere un impatto sull’economia: secondo Ocse e Banca Mondiale il calo di apprendimento costerà mediamente ai Paesi un -1,5% di Pil.

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Fina dall’inizio della pandemia Save The Children ha messo in campo progetti per la fornitura di pc e tablet e contro la dispersione scolastica. E in un video racconta un anno di didattica a distanza con le voci dei ragazzi che hanno partecipato al programma “Fuoriclasse”.

La situazione in Italia

Oltre a Bari e Milano, il rapporto ha preso in considerazione anche Napoli, dove gli studenti delle scuole medie sono andati a scuola 42 giorni su 97, mentre quelli di Roma sono stati in presenza per tutti i 108 giorni previsti. Per quanto riguarda le scuole superiori, ragazzi e ragazze di Reggio Calabria hanno potuto partecipare di persona alle lezioni in aula per 35,5 giorni contro i 97 del calendario, mentre i loro coetanei di Firenze sono andati a scuola 75,1 giorni su 106. «L’obiettivo non era fare una classifica di merito - spiega Save The Children - ma fotografare la situazione ad oggi, anche in vista di nuovi possibili provvedimenti di chiusura delle scuole con l’aggravarsi della situazione sanitaria». I dati, spiega l’organizzazione, prendono in esame i giorni per i quali le scuole avevano la possibilità di effettuare o meno le lezioni in presenza sulla base dei calendari scolastici regionali, dei Dpcm, delle ordinanze regionali e di quelle comunali di carattere generale. «I dati evidenziano forti differenze fra le città, legate all'andamento del rischio di contagio così come alle differenti scelte amministrative» spiega Save The Children nel rapporto, sottolineando che laddove è stata maggiore l’incidenza della didattica a distanza, gli studenti hanno dovuto fare i conti anche con le difficoltà legate alla «perdita di opportunità relazionali dirette tra pari e con i docenti».

«Rischio di ampliamento delle diseguaglianze educative»

«Sappiamo bene quanto le diseguaglianze territoriali abbiano condizionato in Italia, già prima della pandemia, la povertà educativa dei bambini, delle bambine e dei ragazzi – ha dichiarato Raffaela Milano, Direttrice dei Programmi Italia-Europa di Save the Children - a causa di gravi divari nella offerta di servizi per la prima infanzia, tempo pieno, mense, servizi educativi extrascolastici. Ora anche il numero di giorni in cui le scuole, dall'infanzia alle superiori, hanno garantito l'apertura nel corso della seconda ondata Covid mostra una fotografia dell'Italia fortemente diseguale, e rivela come proprio alcune tra le regioni particolarmente colpite dalla dispersione scolastica già prima della pandemia siano quelle in cui si è assicurato il minor tempo scuola in presenza per i bambini e i ragazzi. Il rischio è dunque quello di un ulteriore ampliamento delle diseguaglianze educative».

Nel mondo colpiti i più poveri

I 112 miliardi di giorni di istruzione persi in tutto il mondo pesano sui bambini più poveri del mondo: secondo il rapporto, infatti, i minori in America Latina, nei Caraibi e nell'Asia meridionale hanno perso quasi il triplo dell'istruzione dei coetanei dell'Europa occidentale. in America Latina, nei Caraibi e in Asia meridionale, i minori hanno trascorso 110 giorni senza alcuna istruzione, in Medio Oriente 80 giorni, nell'Africa subsahariana 69, nell'Asia orientale e nel Pacifico 47, in Europa e nell'Asia centrale 45 giorni, in Europa occidentale 38. Oltre alla perdita di apprendimento, bambini e adolescenti che non vanno a scuola sono esposti a un rischio maggiore di lavoro minorile, matrimoni precoci e altre forme di abuso e hanno maggiori probabilità di essere intrappolati in un ciclo di povertà per le generazioni a venire. Si stima che la pandemia globale spingerà altri 2,5 milioni di ragazze al matrimonio precoce entro il 2025.

SCUOLA IN PRESENZA, I GIORNI PREVISTI E QUELLI EFFETTIVAMENTE SVOLTI
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Le diseguaglianze restano anche nei Paesi ricchi

Save The Children spiega che durante la pandemia ci sono state «enormi discrepanze» nell'accesso all'apprendimento anche nelle nazioni più ricche. Gli studenti negli Stati Uniti, per esempio, sono più disconnessi da Internet rispetto agli studenti di altri Paesi ad alto reddito, il che «probabilmente ha influito sul loro accesso all'apprendimento remoto», dice il rapporto. Solo due Paesi dell'Ue hanno livelli di accesso a Internet inferiori rispetto agli Stati Uniti: Bulgaria e Romania. All'inizio della pandemia, oltre 15 milioni di studenti delle scuole pubbliche statunitensi, dall'asilo alle superiori, non avevano un collegamento Internet adeguato per l'apprendimento a distanza a casa. In Norvegia, mentre quasi tutti i giovani tra i 9 ei 18 anni hanno accesso a uno smartphone, il 30 per cento non ha accesso a un Pc a casa e nei Paesi Bassi, un bambino su cinque non ha un Pc o un tablet per l'apprendimento da remoto.

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