A TAVOLA CON: Felix Klein

«Con la crescita dei populismi l’irrazionalità è predominante»

I timori del responsabile tedesco per la lotta all’antisemitismo dopo il caso Dresda: «Non posso raccomandare agli ebrei di indossare una kippah ovunque»

di Paolo Bricco


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Ritratto di Ivan Canu

7' di lettura

«Ero a Berlino in quei giorni. Il Muro cadde il 9 novembre 1989. Il 10 novembre Daniel Barenboim, ebreo, offrì un concerto dei Berliner a tutti gli uomini e a tutte le donne della nuova città riunita dirigendo e suonando la Settima sinfonia e il Primo concerto per pianoforte di Beethoven. Non riuscii ad ascoltarlo. La folla era troppa. Avevano la precedenza gli abitanti di Berlino Est, che entravano alla Philharmonie presentando i documenti della Ddr. Andai il giorno successivo, quando Barenboim e i Berliner fecero la replica».

Felix Klein, classe 1968, è il responsabile per la lotta all’antisemitismo in Germania. Siamo al Ba-Ghetto, il ristorante aperto a Milano due anni fa in via Sardegna vicino alla sinagoga dai Dabush, la famiglia di Roma che al Ghetto ha tre locali kosher. Sul menù che troviamo sul tavolo, è scritto: “Non cucinerai il capretto nel latte di sua madre”, Torah (Esodo 23:19).

Dopo il crollo del Muro

Trent’anni fa - mancano pochi giorni all’anniversario - cadeva il Muro di Berlino. Oggi l’Europa sta sperimentando il ritorno dei pregiudizi e delle idee politiche modellate o condizionate dall’antisemitismo. In Italia, questo spirito malato del tempo si manifesta per esempio negli insulti sui social media a Liliana Segre, la ottantanovenne senatrice a vita sopravvissuta ad Auschwitz. In Germania, questo ritorno prende la forma della violenza pubblica, come nel caso dell’attentato del 10 ottobre - il giorno di Yom Kippur, la festa sacra dell’espiazione dei peccati - alla sinagoga di Halle, vicino a Lipsia, operato da un neonazista di 27 anni in mimetica ed elmetto che ha ucciso due persone: «Sono arrivato ad Halle il giorno dopo la tragedia, mi ha colpito che non vi fosse stata la percezione preventiva del pericolo, la polizia non sapeva nemmeno che fosse Yom Kippur. Ora tutti si sono resi conto di quanto sta capitando nell’anima del mio Paese», dice Klein che lo scorso 24 maggio, auscultando il profondo della società tedesca, già aveva detto al Berliner Morgenpost «non posso raccomandare agli ebrei di indossare una kippah ovunque e in qualsiasi momento».

Entrambi scegliamo come antipasto una caponatina con uvetta, pinoli e carne stagionata croccante. Da bere lui prende un bicchiere di bianco sauvignon e io, invece, un rosso cabernet sauvignon, entrambi con etichetta Barkan, una azienda vinicola israeliana. Klein, in Germania, ha quasi il prestigio e l’operatività di un ministro. Il suo ufficio è, a Berlino, nella sede del ministero degli Interni, ma il titolare del dicastero, Horst Seehofer, non è il suo capo. Klein riferisce direttamente alla Cancelliera Angela Merkel e al Governo nel suo insieme. «La caduta del Muro ha cambiato l’Europa e il mondo. Ha creato le condizioni per un nuovo ordine delle cose basato sul modello occidentale e ha favorito la globalizzazione. La fine del comunismo ha generato libertà politica e sociale e ha sostenuto la prosperità economica. Gradualmente, dopo il 1989, sono venuti alla luce i sentimenti e i pensieri che, prima della caduta del Muro, erano stati rimossi o erano rimasti inespressi. Prima del 1989, nel mondo bipolare uscito dalla Seconda guerra mondiale, l’antisemitismo semplicemente veniva negato. In Urss e nella Ddr, non poteva nemmeno teoricamente esistere. Nella Germania dell’Ovest per lungo tempo ha prevalso sulla Shoah una silenziosa vergogna e, poi, si è formata una importante e strutturata cultura della memoria, anche se l’antisemitismo come sentimento e pensiero rimaneva in una parte non irrilevante della popolazione».

L’ascesa dell’antisemitismo

Klein, che è a Milano per una conferenza all’Università Cattolica, è un diplomatico tedesco di carriera con una laurea in diritto internazionale che, da giurista, distingue e separa, cataloga e contestualizza. Sa quanto i numeri contino per la qualità del discorso pubblico. E, appunto, riferendosi al suo Paese, li cita: «In Germania, una quota fra il 15 e il 20% dei tedeschi ha pregiudizi antisemiti. Si tratta di una quota, in qualche misura, costante. Era così anche prima della caduta del Muro. Adesso, con l’ascesa dei populismi, questo zoccolo duro di antisemitismo emerge, si sente forte e legittimato, mostra una iattanza concettuale, si diffonde e alla fine si esprime nell’energia della violenza».

Insieme alla carne stagionata croccante Sarah, la direttrice del Ba-Ghetto, ci fa portare dei carciofi che, qui a Milano, vengono serviti tagliati a pezzi, non secondo la classica ricetta dei carciofi romani alla giudia: questa scomposizione ha rappresentato il compromesso fra la comunità milanese e la comunità romana - dopo una accesa disputa fra il giuridico ritualistico e l’alimentare culinario degna dei romanzi di uno dei fratelli Singer - con cui il caporabbino di Milano, insieme a un rabbino arrivato da Israele, due anni fa ha alla fine certificato come kosher il piatto, benché cucinato in questo modo. Felix cerca di ordinare il pensiero, distinguendo fra rapporti di causa ed effetto, meccanismi di correlazione e condizioni di contesto fra i diversi fenomeni storici: «C’è una correlazione fra la caduta del Muro e il ritorno dell’antisemitismo. Esiste invece un vero e proprio nesso causale fra l’ascesa dei populismi e il suo affermarsi. La ricerca del capro espiatorio è tornato un classico della politica in cui la razionalità ha ceduto il passo alla irrazionalità, la paura e il rancore sono diventati elementi progettuali. Tutto questo, in una dimensione che è anche metapolitica, viene gonfiato e reso ipertrofico dalle nuove tecnologie. Basti pensare a come, su Internet, alcuni gruppi che criticano la globalizzazione forniscano teorie complottistiche sulla grande crisi economica iniziata nel 2008 in cui ricompare il leitmotiv delle lobby segrete ebraiche, che rappresentano l’ammodernamento della visione ottocentesca e novecentesca della finanza internazionale quale un teatrino mosso dalla regia occulta delle logge massoniche».

Lui, finiti gli antipasti, prende una spigola al forno, mentre io scelgo un primo: linguine alla puttanesca. Nel caso di Felix, il suo ruolo pubblico centrale nella Germania e nell’Europa attuale si intreccia con la sua dimensione privata di appassionato conoscitore della cultura ebraica. «Ho frequentato, qui in Italia, gli ultimi due anni delle scuole superiori al Collegio del Mondo Unito di Duino. Il mio migliore amico si chiamava Tyler Barrs, un ebreo canadese di Toronto. Con lui sono entrato per la prima volta in una sinagoga, in quella Trieste la cui comunità ebraica è stata così fondamentale per la storia e la cultura della vostra, della nostra, Italia e della nostra Europa. Ancora prima, l’amore della mia famiglia per la musica, che mi ha segnato la vita, ha avuto una profonda vena ebraica».

Guardare il mondo con gli occhi delle minoranze

Klein è di Darmstadt, una città industriale di centotrentamila abitanti vicino a Francoforte. Sua madre Felicitas è una dentista. «Mio padre Hans - racconta - faceva parte della minoranza tedesca in Transilvania. Anche per questo sono stato educato a guardare il mondo con gli occhi di una minoranza, qualunque essa sia. In Romania era un violinista professionista. Quando si è trasferito nel 1956 in Germania, si è messo a lavorare nell’industria farmaceutica. Ma ha sempre continuato a suonare il violino, mi ha instillato la passione per la musica instradandomi all’età di sei anni allo studio di questo strumento, tanto che ancora adesso lo suono in una formazione chiamata Quartetto Diplomatico di Berlino. Mio padre aveva una autentica venerazione per i grandi violinisti ebrei come Yehudi Menuhin, Gidon Kremer e Nathan Milstein. La nostra città aveva una ottima tradizione culturale. E, spesso, venivano a esibirsi concertisti di assoluto livello. Molti dei grandi musicisti ebrei li ho visti e sentiti suonare dal vivo da bambino e da ragazzo».

Oggi, al Ba-Ghetto, non ci sono dolci della tradizione ebraica, ma soltanto dolci classici italiani. Entrambi preferiamo glissare. E, con il classico gioco di specchi che rappresenta il punto di raccordo e di travaso fra storia privata e profilo pubblico, Klein torna a ricostruire i tipi di antisemitismo che oggi - a trent’anni di distanza dalla caduta del Muro e durante l’ascesa politica e psicopolitica dei populismi - si stanno diffondendo nella nostra Europa: «In Francia, l’antisemitismo è in prevalenza di matrice islamica. In Germania, nasce soprattutto dalla destra neonazista e dai partiti che la fiancheggiano. Fatti 100 gli episodi criminali antisemiti, il 2% non è chiaramente attribuibile a una fonte, il 5% è espressione dell’antisemitismo musulmano, il 3% è compiuto dall’estrema sinistra, che spesso identifica e sovrappone la comunità ebraica con la politica dello stato di Israele, e il 90% ha appunto una netta marcatura di destra. Una marcatura di destra che, al di là dei reati commessi o non commessi, ha la sua manifestazione politica più estrema nei gruppi neonazisti e la sua giustificazione culturale, o pseudo tale, nella Afd, l’Alternative für Deutschland in cui ci sono forze consistenti che incessantemente valorizzano sempre e comunque il ruolo dei soldati tedeschi nella Seconda guerra mondiale e che inseriscono, come fosse una breve parentesi, i 12 anni di Adolf Hitler, sterminio degli ebrei incluso, nella storia millenaria del popolo tedesco. Il fenomeno del neonazismo è davvero preoccupante, ovunque nel mio Paese, ma soprattutto nella ex Germania dell’Est: non a caso a Dresda, il capoluogo della Sassonia, il consiglio comuale a maggioranza ha appena approvato una mozione per dichiarare una “emergenza nazismo”. Invece, in Italia l’antisemitismo è sottile, si sta espandendo e ha un preoccupante veicolo negli ultras delle squadre di calcio».

C’è, poi, l’antisemitismo nelle post-democrazie dei Paesi dell’Est Europa e nella Russia dell’autocrazia putiniana. «In Ungheria l’antisemitismo ha caratteri tradizionali: tende a escludere e a negare la minoranza ebraica come fonte culturale del proprio Paese. In Russia l’antisemitismo ha sempre più un carattere generalizzato: nel mondo del lavoro essere ebrei rappresenta un problema e, soltanto per fare un esempio, nelle università pubbliche spesso vengono fissati gli esami il sabato e nei giorni come Yom Kippur, quando l’ebreo osservante deve astenersi da ogni pratica. Questo capita nelle università russe, ma anche in quelle di molti altri Paesi europei». E, mentre lo dice con un sorriso triste, Klein prende la sua tazzina di caffè espresso macchiato caldo, servita qui al Ba-Ghetto – osservando il dettato kosher - con latte di soia.

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