SBAGLIANDO SI IMPARA

Con la crisi delle regole spazio a nuovi sogni, come è successo per la Luna

Stiamo lentamente prendendo coscienza che rimettere in discussione i principi che hanno governato le organizzazioni non solo è importante, ma urgente

di Piero Pavanini *

(AP)

4' di lettura

Oggi più che mai il confine fra cosa è giusto e cosa è sbagliato è labile. Quello che fino a ieri funzionava oggi non funziona più, quello che era corretto non lo è più, le regole che fino a ieri erano applicate nelle organizzazioni hanno perso la loro efficacia e sono messe in discussione. Cosa sta succedendo? Semplice: stiamo vivendo la più inaspettata, poderosa e veloce evoluzione del contesto degli ultimi 30 anni, paragonabile solo alla rivoluzione industriale o a quella di internet dei primi anni 2000. Il contesto stabile, o in lenta evoluzione, genera l’affermarsi dei paradigmi, consente l’accettazione dei dati di fatto, l’affermarsi di regole che non vengono messe in discussione, la creazione delle zone di comfort all’interno delle quali costruire carriere sicure e pianificate.

Pianificazione e programmazione sono le prime vittime del cambio dei contesti, e il loro venir meno è uno degli elementi più difficili per accettare da persone abituate ad avere davanti un futuro tutto sommato prevedibile. Il futuro non è più quello di una volta, come scrisse lo scrittore e filosofo Paul Valery, e mai come ora è la verità con cui dobbiamo fare i conti. Quindi? Significa che non possiamo più programmare nulla e immaginare un futuro?

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Tutt’altro, solo dobbiamo farlo in modo diverso, con la consapevolezza che il contesto che cambia mette in discussione tutto, per usare una parola di moda è “disruptive”, scuote le certezze, ci costringe e posizionare i pezzi del puzzle della nostra vita in modo diverso, e fa niente se non combaciano perfettamente, basta che l’immagine di fondo si veda. La diversità diventa la parola chiave, l’abitudine all’incertezza il nuovo paradigma della normalità con cui convivere. Viviamo in un momento di difficoltà che ci costringe e guardarci dentro e ad immaginare una nuova idea di futuro, dobbiamo pensare a un futuro cui affezionarci e per il quale siamo disposti a lavorare sodo e tirarci su le maniche per realizzarlo.

Ci consola il fatto che non siamo i primi e non saremo gli ultimi. Due esempi diversi ma significativi: 1962: piena guerra Fredda, con Yury Gagarin i sovietici hanno lanciato il primo uomo in orbita intorno alla terra e sono in vantaggio nella corsa all’esplorazione spaziale. John Fitzgerald Kennedy, presidente degli Stati Uniti, davanti a 35 mila persone, fa il celebre discorso in cui annuncia: “Abbiamo deciso di andare sulla Luna. Abbiamo deciso di andare sulla Luna questo decennio e di fare altre cose, non perché siano semplici, ma perché sono difficili, perché questo obiettivo ci permetterà di organizzare e di mettere alla prova il meglio delle nostre energie e capacità”.

Con la corsa alla una ha lanciato il cuore oltre l’ostacolo, ha alzato l’asticella molto più in alto. Ne aveva bisogno? No, ma ad un’America nel pieno della crescita economica serviva un sogno per non correre il rischio di chiudersi in stessa; Kennedy l’ha capito e gliel’ha dato.

Secondo esempio: 1998, l’Albania è al collasso economico ed istituzionale, migliaia di persone in fuga dal Paese, un sistema sociale allo sbando in cui dilagano miseria, corruzione, traffico di droga e sopraffazione. Il ministro della cultura è Edi Rama, già insegnante di lettere presso l’Accademia delle Arti albanese. Ha 36 anni, è un pittore e scultore che ha vissuto esule in Francia. Nel 2000 diventa sindaco di Tirana, le casse sono vuote e ha solo problemi da risolvere. Come prima cosa, che fa? Ridipinge a colori vivaci i grigi palazzi del centro. Poi quelli delle periferie. Al posto del grigio arriva il rosso e il giallo, dipinge i palazzi e abitua le persone al colore e alla bellezza.

I cittadini iniziano a prendersi cura delle strade e a non sporcare i giardini, in pochi anni il bello prende il posto del brutto, aumenta l’efficienza, le multinazionali iniziano ad investire e per l’Albania inizia un nuovo rinascimento. Edi ha usato la bellezza per inventare il futuro dell’Albania e ha realizzato il suo sogno di un Paese più moderno e sano. Kennedy ha offerto la Luna all’America per una svolta ambiziosa, Edi Rama ha usato la bellezza per dare al suo Paese un futuro in cui credere. Hanno messo da parte le regole e ne hanno inventate di nuove invitando la gente a farle proprie e ad osservarle.

E noi? Non abbiamo un Kennedy o un Rama a illuminarci la strada, e la nostra cultura non ci agevola nel mettere in discussione regole e status quo. Tuttavia, anche in Italia si sta lentamente prendendo coscienza che rimettere in discussione le regole che hanno governato le organizzazioni non solo è importante, ma è urgente. Un segnale interessante è l'accettazione anche culturale del cambio delle modalità di lavoro, da remoto e smart, l’affermarsi della tecnologia nello svolgimento di funzioni operative, e la loro accettazione come strada senza ritorno, una cultura dell’inclusione sempre più condivisa, la valorizzazione dei giovani e delle donne nelle cariche di vertice, specialmente nei settori hi-tech, design, finance, oltre che naturalmente nelle start up, area in cui l’Italia ha molto margine di miglioramento.

C’è molto da fare ma qualche segnale all'orizzonte si vede, lo stesso Mario Draghi da poche settimane alla più alta carica del Governo ha imposto regole nuove, di azione e di comportamento fino a ieri inimmaginabili. Certo, le regole imposte dall’alto non possono essere discusse, ma la novità è la presa di coscienza sociale che si comincia a percepire, che gli status quo possono cambiare, che le novità anche repentine, pur conseguenza di eventi drammatici, portano a punti di rottura che generano valore. Un esempio clamoroso è Netflix, l’azienda senza regole: non si chiedono ferie e i premessi, ogni dipendente li gestisce in libertà, non c’è il mito del capo cui dovere obbedienza cieca, vige il feedback, anche negativo se orientato al miglioramento.

Si punta all’eccellenza ed alla “densità di talento”, che porta alla performance contagiosa ed alla cultura della responsabilità e della qualità. Un sogno? Un esempio un po’ troppo lontano? Forse, ma gli esempi anche se lontani servono a capire che qualcuno ce l’ha fatta. Ed è importante per tutti, senza illuderci che non sarà faticoso, la presa di coscienza che la strada verso un futuro in cui impegnarci e credere non è preclusa e non è così lontana, e sarà sicuramente con regole nuove, tutte da scrivere.

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