Finanza pubblica

Con il debito al 160% del Pil l’unica strada è crescere (e non dello zero virgola)

di Dino Pesole

(luzitanija - stock.adobe.com)

5' di lettura

Un debito pubblico che viaggia verso il 160% del Pil, 25 punti percentuali in più rispetto al 2019, non può che far paura. Evoca fantasmi. È il livello di debito che ha portato la Grecia a un passo dal default nel 2015. Certo da noi il debito è sostenibile, soprattutto se riprenderemo a crescere e se il costo del suo finanziamento si manterrà ai livelli attuali grazie al paracadute della Bce. Pur con queste opportune “rassicurazioni”, non potremo sottrarci – una volta superata la pandemia – dall’avviare il nostro debito verso una graduale discesa.

Nella storia repubblicana è il record assoluto. Occorre risalire a 100 anni fa, nel 1921, per individuare nelle serie storiche un livello simile. Il coronavirus sta avendo dunque gli stessi effetti sui conti dello Stato della prima guerra mondiale? Facciamo un ulteriore passo indietro. È il 20 aprile del 1861 quando il ministro delle Finanze del neonato Regno d’Italia, il finanziere toscano Pietro Bastogi, interviene in Parlamento per motivare le ragioni che hanno indotto il governo a non ripudiare i debiti contratti dagli ex Stati nazionali. «Perché l’Italia meriti il credito di tutta l’Europa, deve cominciare a rispettare i debiti contratti. Né sarebbe conveniente alla nuova Italia che essa si costituisca debitrice degli antichi prestiti e pagarli, quasi fosse procuratrice degli antichi governi. Di qui la necessità di distruggere i loro antichi titoli e sostituire a quelli un titolo italiano».

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Ecco da dove comincia la “lunga marcia” del debito pubblico nel nostro Paese. L’unificazione dei debiti pregressi avviene attraverso l’istituzione del «Gran libro del debito pubblico italiano», redatto sul modello dell’ex regno di Sardegna, che ne aveva adottato uno simile il 24 dicembre 1819. Il Regno d’Italia nasce con un debito pregresso di 2.446 milioni, cui va ad aggiungersi l’onere delle spese militari che fanno lievitare il passivo dei conti pubblici del primo decennio unitario dal 45 al 95% del Pil. Per farvi fronte, i governi della Destra storica ricorrono ai prestiti internazionali e all’imposizione fiscale. «Imposte, niente altro che imposte», secondo la mirabile sintesi di Quintino Sella. Nel 1876, l’anno della «rivoluzione parlamentare» che porta al governo la Sinistra, il debito che si era ridotto tre anni prima al 70% si impenna vicino al 95 per cento. S’impongono interventi urgenti. È Giovanni Giolitti a varare nel 1906 la conversione della rendita, in particolare dei «consolidati 5% lordo e 4% netto», che coprono circa 8 miliardi di capitale nominale, il 60% del debito patrimoniale italiano. Ai sottoscrittori viene offerto il rimborso alla pari, o il cambio con titoli di nuova emissione con interesse annuo del 3,75% fino al dicembre 1911 e poi al 3,5 per cento. L’operazione è sostenuta dai Rothschild di Parigi, con la partecipazione di gruppi tedeschi e britannici, che portano in dote 400 milioni di lire e dalla Banca d’Italia con 700 milioni.

La Grande Guerra sconvolge l’assetto economico, produttivo e finanziario del Paese. Le spese belliche che nel 1916 erano al 32% del Pil passano nel 1918 al 46 per cento. Il debito pubblico nel 1921 esplode al 160 per cento. Mussolini dispone sei anni dopo il consolidamento forzoso del debito a breve termine. Misura che si accompagna alla stretta monetaria decisa per rivalutare la lira a «quota novanta», regista dell’operazione il ministro delle Finanze, Giuseppe Volpi che dispone la conversione forzosa dei buoni quinquennali e settennali, e volontaria dei buoni novennali in circolazione, in un “consolidato 5%” denominato Littorio. In tal modo, vengono consolidati circa 20 miliardi di titoli su un debito pubblico totale di circa 91 miliardi.

Arriviamo al secondo dopoguerra. L’altissima inflazione abbatte il moloch, che dall’86% del Pil del 1939 scende nel 1946 al 33%, per poi ridursi al 21 per cento. Nei decenni a venire, solo nella fase successiva al “boom” economico della fine degli anni Cinquanta-inizio anni Sessanta, sarà possibile rintracciare un livello così contenuto del passivo dei nostri conti pubblici. La fase espansiva dell’economia si interrompe nell’ottobre del 1963, e a partire dalla fine degli anni Sessanta cominciano a delinearsi gli squilibri della nostra finanza pubblica, con una pressione fiscale stabile tra il 1966 e il 1975 e le spese che si impennano. Arriva il primo shock petrolifero del 1973. Il disavanzo del settore pubblico esplode dal 6% dei primi anni Settanta al 14% del 1985. Il debito pubblico, che nel 1973 era al 55,4%, passa all’84,2 per cento. È la conseguenza inevitabile dell’incremento della spesa pubblica che dal 29% del 1960 si impenna al 42% del 1980, per toccare poi dieci anni dopo il 53,5%, mentre le entrate crescono ma molto meno: dal 30,9% del 1960 al 36,5% della fine degli anni Settanta. Il debito pubblico che nel 1982 era al 66,4% del Pil sale al 100,8% nel 1992 e al 121,8% nel 1994.

Arriva il conto da pagare, molto salato. L’annus horribilis è il 1992, con la crisi finanziaria che provoca l’uscita della lira dal sistema di cambi europeo. La manovra correttiva varata dal governo Amato in autunno ammonta a 93mila miliardi di lire, preceduta in luglio da un’altra correzione da 30mila miliardi. Comincia il lento rientro, che culminerà nel 1998 con l’aggancio alla moneta unica. Il “dividendo dell’euro” viene però dissipato, con l’avanzo primario che dal 5,5% del Pil del 1998 si riduce a zero nei primi anni del nuovo secolo. Ed eccoci al 2011, nel pieno della tempesta finanziaria che investe il nostro debito sovrano. Nel passaggio tra il governo Berlusconi e il governo Monti vengono varate tre manovre correttive: 81,3 miliardi nei loro effetti cumulati a regime, basate per due terzi su aumenti del prelievo fiscale. La recessione, che già nel 2009 aveva lasciato sul campo 5 punti di Pil, è pesante (-2,8%). Inevitabile la nuova impennata del debito che nel 2019 raggiunge il picco del 135 per cento.

E ora ecco il “cigno nero”, la pandemia che proietta il nostro ingombrante fardello su livelli prima inimmaginabili, spinto da 200 miliardi di spese finanziate in deficit che salgono a poco meno di 500 miliardi se proiettate al 2026. I vincoli del Patto di stabilità sono sospesi, una parte rilevante del nostro debito è detenuta dalla Bce, e il costo di finanziamento sul mercato dei nostri bond sovrani è ai minimi storici. Ma rientrare da un tale livello di indebitamento richiederà decenni. E la strada è una sola: riprendere a crescere, ma non certo a tassi da “zero virgola” come nella fase immediatamente precedente all’esplodere della pandemia. È la scommessa cui il governo Draghi ha consegnato il futuro del Paese, che sarà vinta solo se – sulla spinta dei 237 miliardi in arrivo dall’Europa – sapremo portare a compimento riforme strutturali attese da decenni e investimenti mai realizzati finora.

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