La ricerca

Con Erbamat gli spumanti Franciacorta scommettono su un vitigno dimenticato

Le etichette che hanno avviato questo progetto di ricerca sono cinque: Castello Bonomi, Berlucchi, Ferghettina, Rocco Calino e Barone Pizzini. Una delle chiavi alla base del progetto Erbamat – spiega il docente di Viticoltura ed Enologia dell’Università Statale di Milano, Leonardo Valenti – è il marketing e il legame con il territorio

di Giorgio dell'Orefice


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3' di lettura

Nel mondo del vino, universo saldamente legato alla tradizione, spesso, i nuovi sentieri di sviluppo sono stati aperti grazie all’innovazione. Ed è proprio nel solco del binomio tradizione-innovazione che si muove l’iniziativa di un gruppo di imprese spumantistiche della Franciacorta (Brescia) che hanno avviato già da qualche anno una sperimentazione per recuperare un vecchio vitigno autoctono dimenticato: l’Erbamat.

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Una prima presentazione dei risultati di questa ricerca è stata fatta da Castello Bonomi, cantina franciacortina che fa capo al gruppo Paladin, azienda veneta che produce vini (1,5 milioni di bottiglie per un giro d’affari di 12 milioni di euro) in quattro tenute di Veneto, Friuli, Toscana (nel Chianti Classico) e appunto in Franciacorta.

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Le etichette che hanno avviato questo progetto di ricerca sono 5: Castello Bonomi, Berlucchi, Ferghettina, Ronco Calino e Barone Pizzini. «Il lavoro di ricerca va avanti da circa dieci anni anni – spiega Roberto Paladin, contitolare con il fratello Carlo del Gruppo di famiglia – e ha previsto prima la selezione dei vitigni tra un gruppo di varietà adatte alla spumantizzazione e poi quella dei cloni fino alla sperimentazione di diversi tipi di tagli delle uve Erbamat con il classico uvaggio della Franciacota di Pinot nero e Chardonnay».

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«Un lavoro lungo - aggiunge Paladin - i cui primi risultati stanno ora convincendo anche le cantine di maggiori dimensioni della nostra Docg che all’inizio sembravano scettiche. Solo nel 2017 è stata effettuata la modifica del disciplinare del Franciacorta Docg che autorizza l’utilizzo di uve Ermabat fino a un 10% del totale».

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Ma il lavoro svolto prima in campo e poi in cantina è solo una parte di un progetto alla base del quale ci sono importanti considerazioni strategiche. «Una delle chiavi alla base del progetto – spiega il docente di Viticoltura ed Enologia dell’Università Statale di Milano, Leonardo Valenti che ha coordinato i lavori – è soprattutto di marketing. La Franciacorta ha infatti bisogno di una leva di tipicità. I nostri spumanti sono prodotti da un uvaggio di Pinot nero e Chardonnay (con qualche aggiunta di Pinot bianco) che è molto diffuso in tante altre aree sia in Italia (Trento Doc, Oltrepo pavese) che nel mondo (Champagne su tutti)».

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Il docente, inoltre, precisa che «in secondo luogo utilizziamo un metodo di spumantizzazione, il Metodo classico, che allo stesso modo è adottato da tanti altri produttori. Il legame con il territorio, nella Franciacorta, dipende quindi dai soli suoli. Occorreva qualche altro elemento che legasse i nostri spumanti al territorio d’origine».

Dalle ricerche è emerso che di Erbamat in Franciacorta si parla da secoli visto che espliciti riferimenti sono stati rinvenuti negli scritti di Agostino Gallo del 1564 tutti elementi che amplificano le possibilità di «raccontare il prodotto» ai consumatori.

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Ma a muovere le aziende non c’è solo il marketing. «Erbamat – ha aggiunto Valenti – è un uva tardiva e questo ci consente di mitigare nella nostra denominazione gli effetti del cambiamento climatico che ha imposto un forte anticipo dei tempi della vendemmia con una concentrazione delle operazioni di raccolta e quindi della domanda di manodopera in due settimane quando fino a non molto tempo fa la vendemmia durava oltre un mese».

E poi ci sono le considerazioni più strettamente produttive. «Erbamat, ovvero “erba matta” nome dovuto al colore verde intenso dei grappoli – ha aggiunto lo Chef de Cave di Castello Bonomi, Luigi Bersini – è un vitigno difficile che richiede molto lavoro in vigna ma ha una acidità malica spiccata che nel taglio con altre uve consente di integrare il calo di acido malico che a causa dei cambiamenti climatici si sta riscontrando nelle altre varietà della Franciacorta. Tradotto, significa che si tratta di un'integrazione importante perché l'acido malico è quello che garantisce freschezza prolungata ai vini ed è alla base della loro longevità».

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