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Decreto Ristori, dimenticato dal Governo il settore della trasformazione alimentare per gelaterie e pasticcerie va a picco

Sessantacinque aziende che producono ingredienti e semilavorati, che hanno perso già il 30% dei ricavi in questi mesi, rischiano il default. La categoria però non è stata contemplata in nessun Decreto

di Luisanna Benfatto

Una gelateria chiusa a piazza Navona, Roma, 27 ottobre 2020. ANSA/ALESSANDRO DI MEO

2' di lettura

Se un’Italia divisa a fasce con forti limitazioni per l’horeca (hotel, ristoranti e catering) era già penalizzante, gli annunci di un nuovo lockdown esteso a più regioni non può che aumentare la pressione su un comparto, quello dei preparati per i gelati, il cui business aveva già subito duri contraccolpi durante la serrata totale da marzo maggio.

Il Decreto Ristori bis appena varato dal Governo aiuta gelaterie, pasticcerie, bar e ristoranti, (ora aperti solo per l’asporto nelle zone rosse) ma non chi fornisce loro una parte importante delle materie prime utilizzate nella produzione: basi, paste di crema e di frutta, cioccolato e variegati che vengono impiegati dagli artigiani insieme agli ingredienti freschi per la preparazione del gelato artigianale. Stiamo parlando di 65 aziende, leader mondiali nel settore degli ingredienti e semilavorati, che hanno avuto un fatturato complessivo di 800 milioni di euro nel 2019 e una crescita, negli ultimi 2 anni, del 10%, dovuta in gran parte all'export che è a quota 60%.  

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A denunciare le criticità del settore Roberto Leardini, imprenditore -è direttore generale di Leagel- e Presidente del Gruppo Ingredienti per Gelateria e Pasticceria di Unione Italiana Food.

Effetto domino per tutta la filiera

«Avendo come unico sbocco l’horeca le nostre aziende non hanno scampo. Una ricerca effettuata tra i soci fotografa nel periodo marzo-ottobre un calo medio del fatturato di circa il 33% che peggiorerà fino a raggiungere un -40%». Le conseguenze di questa contrazione però toccano- precisa Leardini- l’intera filiera dei produttori del food Made in Italy. I preparati per il gelato sono fatti di prodotti di qualità italiani come le nocciole o il pistacchio di Bronte: «Ogni anno le nostre aziende acquistano, trasformano e rivendono circa 220 mila tonnellate di latte, 1.800 tonnellate di nocciole Piemontesi sgusciate (tonda gentile trilobata, circa il 30% del raccolto è utilizzato per gelati) ed oltre 3.500 tonnellate di nocciole di altre origini. Per quanto riguarda il pistacchio di Bronte, vengono solitamente acquistate circa 1.500 tonnellate di materie prime, quasi la metà della produzione totale. A questo si aggiungono lo zucchero, le mandorle e le eccellenze degli agrumi siciliani e campani».

Con i consumi in calo sia per la stagionalità, sia per la chiusura di gelaterie -che rappresentano il 60% dei clienti e pasticcerie- il business di queste imprese ma anche quello di chi fornisce frutta e latte rischiano di essere dunque trascinati da questa spirale negativa.

Non va meglio negli altri Paesi aggiunge il presidente: «Il nostro altro mercato di riferimento oltre all’Italia è la Spagna che è in lockdown da mesi. Non parliamo poi degli Stati Uniti e del Sudamerica dove tutto è fermo. Se andiamo avanti così temo il default di molte pmi del comparto, perlopiù a carattere familiare il cui fatturato è medio è di circa 10 milioni di euro, che finiranno per essere acquistate a prezzo di saldo da fondi esteri».

Le risorse stanno cominciano a scarseggiare, continua Leardini: «Per sopravvivere fino alla stagione più propizia, che per noi non arriverà prima di marzo- aprile, il nostro comparto ha bisogno di un sostegno concreto subito». Che però, fino ad ora non si è visto.

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