materie prime e coronavirus

Con il grano a prezzi record soffrono le farine e i dolci

Regge il frumento duro utilizzato per la produzione di pasta che sarà sostenuto dagli accordi di filiera e dalla proroga dell’obbligo d’origine in etichetta

di Alessio Romeo

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L’Italia non è autosufficiente nella produzione di grano duro

Regge il frumento duro utilizzato per la produzione di pasta che sarà sostenuto dagli accordi di filiera e dalla proroga dell’obbligo d’origine in etichetta


3' di lettura

L’aumento dei prezzi del grano (saliti di oltre il 10% nelle ultime due settimane ), il rallentamento della logistica dovuto all’emergenza Coronavirus e il lockdown dell’horeca (bar e ristoranti, ndr) stanno mettendo sotto pressione i margini dell’industria molitoria nazionale, che ogni anno trasforma oltre 11 milioni di tonnellate – tra frumento tenero e duro – in farine e semole destinate all’industria dolciaria e pastaria per la produzione degli alimenti simbolo del food made in Italy.

Metà della materia prima trasformata, con percentuali variabili di anno in anno, arriva dall’estero. A soffrire di più in questo momento è il comparto dei molini a frumento tenero, con una riduzione produttiva stimata tra il 30 e il 40%, dovuta anche al calo degli ordini dell’industria dolciaria, e nonostante il raddoppio delle vendite di farine a uso domestico, che incidono solo per il 4% del mercato.

Stretta tra una produzione nazionale insufficiente e l’aumento della domanda di pasta soprattutto per l’export degli ultimi anni, la filiera del grano duro sta reggendo meglio l’urto della crisi. Nelle ultime settimane ha registrato un aumento della domanda di semole da parte dei pastifici, che esportano ormai il 60% della produzione nazionale e hanno chiuso il 2019 con un nuovo record del fatturato estero a quota 1,92 miliardi. Le criticità arrivano invece dal mercato interno, già alle prese con una riduzione dei consumi pro capite, con i primi fenomeni di “ritenzione” del grano da parte dei produttori, restii a vendere in attesa di ulteriori aumenti.

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Un atteggiamento più volte denunciato dall’industria molitoria e che in passato ha impedito lo sviluppo di una vera interprofessione nella filiera ma che sembrava superato. Come dimostra la continua crescita negli ultimi anni dei contratti di coltivazione tra agricoltori e industria di trasformazione, ora incentivata dal nuovo stanziamento, approvato definitivamente questa settimana, di 40 milioni in tre anni per favorire il ricorso a questo strumento da parte dei produttori, con un premio specifico di 100 euro a ettaro coltivato secondo i parametri previsti dai contratti.

Un contributo al rilancio della produzione nazionale di grano duro arriva anche dalla proroga, decisa nei giorni scorsi, dell’obbligo di indicare in etichetta l’origine della materia prima. «Ci auguriamo che la proroga del decreto sull’indicazione dell’origine del grano duro e della semola sulle confezioni di pasta possa costituire un incentivo per i produttori agricoli a incrementare la produzione nazionale di grano duro di qualità» dice il presidente di Italmopa, l’associazione che rappresenta l’industria molitoria, Cosimo De Sortis. Che però precisa: «L’industria molitoria italiana trasforma ogni anno 5,7 milioni di tonnellate di frumento duro per la produzione di semole destinate essenzialmente all’industria pastaria, a fronte di una produzione nazionale che si situa mediamente intorno a 4 milioni di tonnellate. Le importazioni, peraltro particolarmente onerose, sono quindi indispensabili per soddisfare le esigenze quantitative e qualitative dell’industria pastaria».

Nonostante i rallentamenti al momento non esiste comunque, spiega De Sortis, un allarme approvvigionamenti. «I molini hanno scorte sufficienti per scongiurare il rischio di interruzioni produttive, anche i prezzi si stanno stabilizzando seppur su livelli mediamente alti. I segnali di preoccupazione arrivano paradossalmente dal mercato interno, dove stiamo registrando resistenze ingiustificate a vendere da parte dei produttori che ci auguriamo non si trasformino in manovre speculative, soprattutto in un momento come questo. I problemi ci sarebbero se le restrizioni legate al Coronavirus dovessero prolungarsi oltre i due o tre mesi».

Intanto, dopo gli allarmi per la mancanza di piogge in Puglia, principale area produttiva del paese, le prospettive dei nuovi raccolti sono decisamente migliorate e la campagna 2020 sarà anche il banco di prova per la pasta 100% made in Italy che ha conquistato nuovi spazi sul mercato nazionale. «Sarebbe bello, al termine dell’emergenza – conclude De Sortis – recuperare il gusto dei consumi domestici di pasta confermando l’aumento di questo periodo».

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