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Con l’«America first» di Trump la Cina ha ridotto gli investimenti negli Usa del 90%

Le politiche dell'amministrazione Trump hanno rallentato la lunga marcia cinese, ma non ne hanno fermato la corsa, anche se i consulenti delle grandi banche che lavorano nelle M&A hanno visto ridurre drasticamente gli affari in questi mesi

dal nostro corrispondente Riccardo Barlaam


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(Marka)

2' di lettura

NEW YORK - Che il Duemila sarebbe stato il secolo della Cina gli economisti lo scrivono da decenni. Il sorpasso è solo questione di tempo. Le politiche dell’amministrazione Trump hanno rallentato la lunga marcia cinese. La crescita economica di Pechino è ai minimi da 27 anni, per i contraccolpi della trade war. La più complessa disputa commerciale dagli anni del protezionismo. Trump ha rallentato la locomotiva cinese, ma non ne ha fermato la corsa. Si potrebbe dire che con le sue politiche ha solo ritardato un evento già scritto.

Fortune ha appena pubblicato Global 500, la classifica delle prime 500 multinazionali nel mondo per ricavi. Ebbene, il numero delle aziende globali di Pechino supera quello della Corporate America, nonostante i problemi innescati dai dazi: i colossi multinazionali cinesi in classifica sono 129, comprese 10 major taiwanesi, contro 121 major Usa.

È la prima volta che accade da quando è nata la classifica di Fortune Global 500, nel 1990. Ed è la prima volta dai tempi della Seconda Guerra Mondiale, tornando indietro con le lancette della storia, che una nazione supera gli Stati Uniti d’America al vertici delle classifiche che hanno a che fare con dollari e business.

LEGGI ANCHE / Cina, la grande fuga delle multinazionali dai dazi americani

I ricavi delle 129 major cinesi producono assieme il 25,6% del giro d'affari delle 500 multinazionali. Un quarto della ricchezza del mondo viene prodotta in Cina. Quella americana pesa ancora di più nel complesso (28,8%), ma le aziende cinesi crescono più in fretta.

È tanto più significativo questo risultato se si considera che le aziende cinesi da un anno sono state interessate da vicino dalle limitazioni e dagli ostacoli posti dall'amministrazione americana. In termini di mancate M&A. E in termini, ancora, di veri e propri divieti al business, come quelli decisi contro Huawei, colosso mondiale delle infrastrutture di tlc e tra i primi produttori di smartphone.

La stessa Huawei ha appena annunciato di aver già siglato oltre 50 contratti per le reti 5G tra Europa, Asia, Medio Oriente e Africa. Tra cui la maggior parte dei contratti – 28 – nel Vecchio Continente, nonostante le pressioni politiche dell'amministrazione sugli alleati. Così, se gli americani non vogliono la Cina, Pechino si sposta altrove ma non interrompe la lunga marcia alla conquista del primato mondiale. Il presidente Xi Jinping è sicuro: arriverà per il 2049, nel centenario della rivoluzione cinese.

Un altro dato. Dall’inizio della presidenza Trump gli investimenti diretti della Cina negli Stati Uniti sono diminuiti di quasi il 90% (88% per la precisione) secondo Rhodium Group. Dai massimi di 46,5 miliardi di dollari del 2016 scesi a 5,4 miliardi nel 2018. L'America first di Trump frena l'economia cinese ma ha come effetto indiretto anche il raffreddamento degli investitori cinesi sul mercato Usa. I consulenti delle grandi banche che lavorano nelle M&A hanno visto ridurre drasticamente gli affari in questi mesi.

La Cina resta il principale creditore americano, continua a detenere la fetta più ingente del debito pubblico Usa. Tuttavia, secondo i dati del Tesoro, negli ultimi anni si è già alleggerita di 1.100 miliardi di Treasury Bond.

Riproduzione riservata ©
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    Riccardo Barlaamcorrispondente da New York

    Luogo: New York, USA

    Lingue parlate: inglese, francese

    Argomenti: economia, finanza e politica internazionale

    Premi: Premio Baldoni (2008), Harambee (2013), Overtime Film Festival (2017)

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