Parigi, giorno 4

Con Loewe, Balmain e Celine artigianalitá e moda spinta sulla Rive Gauche

di Angelo Flaccavento

3' di lettura

Analogica o digitale, l'ossessione per la rappresentazione di sè è vecchia come il mondo. Un selfie e una effigie in miniatura da spedire a parenti, amici, potenziali coniugi e sodali sono esattamente la stessa cosa, cambia solo il mezzo. In entrambi i casi si offre una versione alta e idealizzata di sè, fedele al reale ma in qualche modo amplificata. Nel contesto di una sfilata di moda una simile riflessione puó suonare quasi scontata - gli abiti sono il principale strumento del racconto individuale - ma non se a promuoverla è Jonathan Anderson, il designer che agendo da direttore creativo / curatore continua a plasmare l'identità di Loewe all'incrocio di alto concetto, artigianalità e moda spinta.

In pochi anni, Anderson ha creato un linguaggio unico e avvolgente, fatto di prodotti e di azioni. Le sfilate, ad esempio, sono messe in scena immediata ma complesse, composte da un incastro di diversi elementi. A questo giro il set è essenziale: pavimento nero lucido di parquet disposto a spina di pesce, e pareti bianche, come quelle di una galleria, sulle quali sono appese, a gran distanza le une dalle altre, miniature-ritratto del sedicesimo secolo - i selfie di allora.

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L'idea dell'abito che sublima la personalità porta Anderson a concentrare l'attenzione sulla silhouette, che non è statica ma in movimento, disegnata dai cappotti pieni di aplomb, dalle lunghe camicie, dalle gonne di frange, portate con scarpe piatte o dalle alte zeppe e surreali cappelli da toreador. La ridda di segni è stratificata, e il dramma spagnolo è messo in bella evidenza, ma cercare il significato univoco a poco serve: con Anderson bisogna accettare lo stordimento visivo e goderne, e apprezzare abiti che uniscono astrazione della forma e tocco tattile della realizzazione in una idea liquida di eleganza.

Da Balmain si respira una nuova leggerezza: la femminilità qui è sempre sfrontata e l'esibizionismo impera, peró l'atteggiamento adesso è ribelle e irriverente e, se necessario, scompaiono addirittura i tacchi, mentre si moltiplicano le borchie su capi di pelle e jeans, mescolati a tailleur da sciura, abitini di vinile e gonnelloni con lo strascico. Gli echi anni Ottanta, cosí pesanti in passato, si stemperano, ma quel che davvero colpisce, in questa prova invero perfettamente riuscita, è l'omaggio, non dichiarato ma evidente, a Karl Lagerfeld, e in particolare al suo lavoro per Chanel: lo dichiarano a gran voce i tweed, il bianco e nero, e poi l'idea che anche vestendo da madame si possa far le birichine. O, volendo, rimanere gran signore. Che sia questa una audizione per il ruolo di timoniere da Chanel?

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Issey Miyake propone grandi cappotti in color block lavorati con uno speciale processo - blink - che regala un aspetto prismatico alle superfici. Una tecnica suggestiva, che nelle sue mani però si spegne, come il resto della proposta. Una maison come Miyake, con un immaginario cosí potente, abbisogna di un iterprete sperticato e il momento di agire è adesso, perchè di visionari come Miyake c'è più bisogno che mai.
L'esordio di Lisi Herrebrugh e Rushemy Botter alla direzione creativa di Nina Ricci è all'insegna di una impalpabile nonchalance: volumi enormi, tessuti leggeri, colori delicati e svagate surrealtà sono gli elementi di spicco di un avvio di percorso invero promettente. Lutz Huelle mescola sentori couture e pragmatismi metropolitani con grande leggerezza, mentre da Yohji Yamamoto è l'usuale colata di nero, per lunghi abiti in sfaldamento e avvolgimento, per cappotti fatti a pezzi e camicie ricoperte di pennellate. Puro Yamamoto, ma con una energia nuova e piena di vitalità.

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La giornata si conclude sulla Rive Gauche con una visione di femminilità molto Rive Gauche, circa 1975. Ne è autore Hedi Slimane, che da Celine dimentica il proprio passato per abbracciare quello della maison e rinverdire una figura di donna dalla nostalgica modernità. Il look è inequivocabile quanto accattivante: cardigan e camicetta con gonna a pieghe o gonna-pantalone e stivali, borsetta, mantella o cappotto. Una immagine femminile entrata nell'immaginario collettivo e legata alle origini del pret-a-porter, riprodotta con la letterale fedeltà tipica di Slimane. Come dire, nuovo di una novità cogente oltre quaranta anni fa. Peró elegante.

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