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Con il nuovo scostamento di bilancio cresce il conto della pandemia

Quest'anno il debito pubblico lambirà la soglia record del 160% del Pil, con un incremento di oltre 25 punti percentuali rispetto al livello pre-Covid

di Dino Pesole

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(max dallocco - stock.adobe.com)

Quest'anno il debito pubblico lambirà la soglia record del 160% del Pil, con un incremento di oltre 25 punti percentuali rispetto al livello pre-Covid


5' di lettura

Un nuovo scostamento di bilancio, il quinto da quando è scoppiata la pandemia, con risorse destinate in parte a finanziare il nuovo decreto ristori in arrivo (il terzo da ottobre), e per il resto a rafforzare la dotazione complessiva a beneficio della legge di Bilancio che nell'attuale formulazione conta su un totale di 38 miliardi. Si tratta di circa 8 miliardi cui vanno ad aggiungersi 2 miliardi destinati al terzo decreto Ristori, ricavati dai fondi ancora non spesi nei precedenti interventi anticrisi. Stando a quanto ha precisato il ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri il nuovo scostamento di bilancio non modifica l'obiettivo di deficit fissato per quest'anno al 10,8% del Pil. Servirà se mai a rendere disponibili le maggiori entrate che derivano da un rimbalzo del Pil nel terzo trimestre (16,1%) maggiore del previsto. Seguirà un altro scostamento, all'inizio del prossimo anno, che dovrebbe attestarsi attorno ai 20 miliardi.

L'effetto della crisi sui conti pubblici

Il susseguirsi di provvedimenti di emergenza e di richieste di sforamento dai tetti di deficit programmati e già autorizzati dal Parlamento mette chiaramente in luce l'intensità della crisi innescata dal coronavirus. Arduo formulare in questa fase previsioni attendibili, perché tutto dipenderà dalla durata effettiva della nuova impennata dei contagi, dalle decisioni che saranno assunte nelle prossime settimane per sostenere le attività produttive maggiormente colpite dai nuovi provvedimenti restrittivi decisi dal Governo, e non certo da ultimo, dall'esito del faticoso negoziato sul Recovery Fund in corso in sede europea. Al momento, e in attesa che si riesca a superare il veto imposto da Ungheria e Polonia al bilancio pluriennale 2021-2027, nella legge di Bilancio è previsto un fondo di rotazione che “prenota” 120,6 miliardi dei fondi europei così distribuiti: 34,7 miliardi per il 2021, 41,3 miliardi per il 2022 e 44,5 miliardi per il 2023. Risorse che proverranno per gran parte dal Recovery Fund (104,4 miliardi tra prestiti e sussidi), mentre gli altri 14,7 miliardi saranno disponibili attraverso il React-EU, il programma supplementare della politica di coesione europea che può contare su uno stanziamento complessivo di 47,5 miliardi da utilizzare entro il 2022 (all'Italia è assegnato circa un terzo). Il balletto delle cifre che accompagnerà l'iter di approvazione della legge di Bilancio all'esame della Camera e dei decreti assegnati al Senato, non si esaurirà dunque con il via libera alla manovra. Poi occorrerà porvi necessariamente un freno, poiché il ricorso all'indebitamento non potrà protrarsi all'infinito.

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La “General escape clause”

Tutte le deviazioni dal percorso programmato di riduzione del deficit e del debito sono esplicitamente autorizzati dalla Commissione europea, che a fronte della gravissima crisi in atto ha attivato per la prima volta la clausola generale di sospensione dei vincoli del Patto di stabilità e del Fiscal Compact per il 2020. Il commissario agli Affari economici Paolo Gentiloni ha già anticipato che la sospensione si estenderà al 2021 e forse anche al 2022. Occorre quanto meno attendere che le economie dell'eurozona tornino ai livelli di crescita ante-Covid, e che mostrino sensibili segnali di ripresa. In caso contrario, il ritorno ai vecchi vincoli non potrebbe che compromettere il conseguimento di consistenti tassi di crescita. Al momento ben pochi sono in grado di prevedere quando l'emergenza sarà trascorsa e si potrà tornare alla normalità. Di certo (e le discussioni in sede tecnica sono già avviate da tempo) non si tornerà ai vecchi parametri. Si prospetta se mai l'adozione di un nuovo set di indicatori che prendano il posto del target relativo al deficit strutturale, a partire da un nuovo parametro che analizzi l'andamento della spesa in un arco di tempo pluriennale.

Il vincolo del debito

Se come pare si opererà in costanza di trattati, il tetto del 60% al rapporto debito/Pil non verrà rivisto, ma certamente si farà largo ricorso a tutta la flessibilità già prevista dal dispositivo del Patto di stabilità. Non per questo il nostro Paese potrà esimersi dal programmare un percorso credibile di rientro. Quest'anno il debito pubblico lambirà la soglia record del 160% del Pil, con un incremento di oltre 25 punti percentuali rispetto al livello pre-Covid. La Banca d'Italia ha reso noto che a fine settembre a il debito si è attestato a quota 2.582,6 miliardi, in aumento di 3,8 miliardi rispetto al mese precedente. Il problema dell'ingente debito del nostro paese è fonte di persistente preoccupazione a livello europeo. Come osserva Lorenzo Bini Smaghi (“Il Foglio” del 19 novembre), la sostenibilità del debito dipende dalla relazione tra il livello del tasso di interesse sui titoli del debito e la crescita dell'economia. In poche parole, se il ritmo di crescita del Pil nominale (comprensivo di inflazione) è superiore al costo di finanziamento del debito, quest'ultimo tende a decrescere nel tempo. Altro scenario si prospetta se al contrario la crescita è inferiore al tasso di interesse. A quel punto occorre poter contare su consistenti avanzi primari (al netto cioè della spesa per interessi) per poter ricondurre il debito su una traiettoria di sostenibilità. Ancora una volta si conferma così quella che appare come la precondizione assoluta: il debito si riduce con la crescita. Per questo puntare a incrementare il potenziale di crescita dell'economia appare un imperativo categorico. Ed è proprio questo il problema, poiché da almeno un quindicennio la nostra economia cresce (con poche eccezioni) a ritmi decisamente insoddisfacenti e non certo all'altezza dei principali “fondamentali” che restano solidi.

Dal Recovery Fund al Recovery Plan

Entro gennaio il Governo, dopo aver preventivamente inviato il relativo pacchetto di interventi al Parlamento, dovrà trasmettere alla Commissione europea il piano nazionale con annessa la lista e il dettagliato cronoprogramma per cominciare a “prenotare” le prime tranche del Recovery Fund. La ricognizione dei relativi progetti è in corso, e il Governo fa sapere che non vi saranno ritardi. Se tuttavia il prossimo Consiglio europeo non riuscirà a superare l'impasse causato dal veto di Polonia e Ungheria al bilancio pluriennale (che vale 1.074 miliardi) condizione indispensabile perché la Commissione possa raccogliere sul mercato i 750 miliardi diretti a finanziare i 750 miliardi di prestiti e sovvenzioni del “Next Generation EU”, l'intero iter di approvazione dei piani nazionali e della conseguente corresponsione delle somme assegnate ai singoli Paesi non potrà che subire ulteriori ritardi. Come mettono in luce Marco Buti e Marcello Messori in un paper dello scorso 15 novembre, dal titolo «Come finanziare il Piano nazionale di ripresa e resilienza dell'Italia», avendo un potenziale accesso a oltre 200 miliardi di euro fra trasferimenti e prestiti «l'Italia è, in termini assoluti, il maggiore beneficiario dei nuovi fondi europei. Essa ha perciò un ruolo cruciale da svolgere. Non è un'esagerazione sottolineare che il successo o il fallimento del programma europeo, in generale, e di Recovery Fund, in particolare, dipenderanno in larga misura dalla credibilità del Piano nazionale italiano». Si tratta - sottolineano il capo di gabinetto del commissario Paolo Gentiloni e l'economista della Luiss - di cogliere un'opportunità e di vincere una sfida «che non hanno eguali nel recente passato e che sollecitano una mobilitazione del “sistema paese” in forme innovative. Tale mobilitazione dovrebbe investire ogni fase di elaborazione e di realizzazione della strategia e dei progetti nazionali».

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