ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùGiù borse, petrolio e soia

Con la paura dei dazi la volatilità torna a regnare sulle materie prime

di Sissi Bellomo


Usa confermano dazi Cina, e le Borse affondano

3' di lettura

Forse quello di Donald Trump è soltanto un bluff. Ma la minaccia di nuovi dazi Usa contro la Cina potrebbe comunque avere effetti duraturi sui mercati, in primo luogo quelli delle materie prime. Dopo i ribassi provocati dai tweet del presidente americano – che continuano a colpire i listini azionari, ma anche petrolio, metalli e soia – un recupero delle quotazioni non è escluso, ma la volatilità è destinata a rimanere elevata almeno finché non ci sarà una schiarita decisiva nelle relazioni commerciali tra i due Paesi.

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A evidenziare il ritorno dell’incertezza è il Vix, l’«indice della paura», tornato a superare quota 21 in una giornata in cui Wall Street e gli altri maggiori listini azionari hanno perso circa il 2% e il petrolio Brent è di nuovo sceso sotto 70 dollari al barile.

Molto peggio va sui mercati agricoli: i semi di soia sono affondati ai minimi da dieci anni, vicino a 8 dollari per bushel a Chicago, e il Bloomberg Grains Subindex Total Return (che include anche i cereali) è a livelli che non si vedevano da ben 42 anni.

I mercati si erano cullati a lungo nell’illusione che Washington e Pechino fossero a un soffio dall’accordo. E i prezzi di alcune commodities – soprattutto quelle agricole, ma in parte anche i metalli – erano sorretti soprattutto da quella illusione, che adesso si è spenta: che Trump stia bluffando o meno, è diventato difficile credere che tutto si risolverà in tempi brevi e che presto i cinesi ritorneranno ad acquistare dagli Usa come e più di un tempo.

La situazione al contrario rischia di peggiorare. E un’eventuale escalation nella guerra dei dazi avrebbe ripercussioni negative sulla crescita globale, deprimendo i consumi.

È soprattutto il timore per la domanda a pesare sul mercato del petrolio, contrastando anche le difficoltà relative all’offerta, che non sono poche, visto il crollo delle forniture da Iran e Venezuela e i problemi all’oleodotto russo Druzhba, che – come si è saputo ieri da Mosca – si risolveranno non prima di fine mese. Il Brent è arrivato a perdere più del 2%, recuperando parzialmente solo dopo la conferma che la delegazione cinese giovedì e venerdì andrà a trattare negli Usa come previsto, guidata dal vicepremier Liu He.

Il petrolio «made in Usa» finora è stato risparmiato dai dazi cinesi, ma è il candidato numero uno se ci fosse un nuovo round di tariffe reciproche. E le importazioni di Pechino potrebbero azzerarsi, dopo essere crollate ad appena 4 carichi quest’anno dai 42 dello stesso periodo del 2018.

Un’escalation nella guerra dei dazi sarebbe dannosa anche per l’industria americana del Gnl. Il dazio cinese salirebbe dal 10 al 25%, riducendo ulteriormente le vendite in quello che è il mercato a maggiore crescita nel mondo (gli Usa hanno esportato solo tre carichi nel 2019, contro i 23 dei primi cinque mesi dell’anno scorso).  Quel che è peggio, si chiuderebbero le porte alla possibilità di nuovi contratti per forniture di lungo periodo, preziosi per finanziare i tanti nuovi impianti progettati negli Usa.

È comunque il settore dell’agricoltura quello più esposto al clima delle relazioni Usa-Cina. Tra settembre 2018 e febbraio 2019 l’import cinese di soia americana a causa dei dazi è crollato dell'85%, ad appena 4 milioni di tonnellate. I coltivatori Usa hanno i silos che traboccano e tra breve la merce inizierà a deperire.

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