FUMETTI

Con Tintin a spasso nella storia

di Emilio Gentile


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 Una delle vignette di Tintin nel Tempio del Sole (1969)

4' di lettura

«Un grande uomo, e mite. È mai possibile? I grandi uomini, veri o presunti, il più delle volte lo diventano grazie alla baruffa, alla battaglia, all’arroganza, al colpo letale inferto a tradimento: sono grandi belve. Georges Remi è un grand’uomo vero, raro, mite». Così Michel Serres inizia il ritratto dell’artista belga padre di Tintin, l’eroe del fumetto famoso in tutto il mondo, con oltre 250 milioni di copie degli albi, tradotti in molte lingue, nei quali per cinquant’anni, dal 1929 al 1979, Hergé, nome d’arte di Remi, ha raccontato, inventandole e disegnandole, le avventure del reporter adolescente, col viso rotondo come una palla, e un ciuffetto biondo ritto sulla fronte come una fiammella.

Non è raro che un filosofo scriva sui fumetti. Ma è singolare che uno dei filosofi più originali del nostro tempo, dichiari di aver appreso sulla teoria della comunicazione e sul feticismo, sulla violenza e sul sacro, più dai fumetti di Hergé che «da cento libri teorici mortalmente noiosi e poveri di risultati». Serres definisce Hergé «il Jules Verne delle scienze umane», perché «ha scritto, senza saperlo, dei trattati straordinari», introducendoci «nei territori della storia, dell’archeologia, della sociologia, dell’antropologia, della stessa politica, come i Viaggi straordinari ci hanno guidato in quelli della botanica, dell’astronomia o della geologia».

Nato nel 1930, figlio di un marinaio della Garonna, Serres viveva su una barca quando a sette, otto anni, scoprì Tintin. «Il paesaggio racchiuso tra due verdi sponde, il filo d’acqua incontenibile e fiammeggiante era tutto quello che conoscevo». Incantato dalle vignette di Hergé, disegnate con «la poesia muta della linea chiara», il ragazzo della chiatta, quasi come un personaggio inventato da Hergé, si avventurò con Tintin in tutti i continenti: la steppa russa, la giungla africana, le terre dei Piedi Neri, il deserto egiziano, la foresta indiana, le vie di Shanghai, la foresta amazzonica, i villaggi scozzesi, i monti dei Balcani. Finché i bombardamenti, le deportazioni, i crimini di massa «schiacciarono la nostra infanzia, nella disperazione e nel dolore, sotto il peso della vergogna per gli uomini».

Ma l’incantesimo di Hergé non lo ha mai abbandonato, rinnovandosi ogni volta che il filosofo adulto è tornato a leggere, vedere, vivere le imprese dello smilzo eroe curioso e intrepido, sempre in lotta contro i cattivi. Tintin sfida la morte combattendo agenti bolscevichi, gangster americani, loschi petrolieri, abili truffatori, spregiudicati affaristi, capitalisti imperialisti e razzisti, trafficanti di droga e di armi, contrabbandieri internazionali, sette segrete, scienziati criminali, militari golpisti, dittatori e aspiranti dittatori. Ma nelle avventure di Tintin ci sono anche i buoni: gli indigeni dell’Amazzonia, i monaci tibetani, e gli amici che lo accompagnano nelle sue imprese: Milou, l’inseparabile cagnolino pensante; il capitano Haddock irascibile ubriacone, generoso e fedele; lo scorbutico professor Girasole inventore candidamente geniale. Nel suo mondo fantastico, Hergé ha reso buono persino l’abominevole uomo delle nevi, che Tintin incontra sull’Himalaya dove si era recato, rischiando la vita, per salvare la vita al suo amico cinese Chang. «La migliore delle bontà – commenta Serres – si veste a volte di un abito nero»: «sì, bestia feroce e immonda, terrifica, nera, villosa, provvista di un corpo ripugnante e di una faccia ignobile, sì, lei, proprio lei è un uomo bello e buono».

Genio mite e allegro, Hergé era un maestro di umanità. Nelle sue vignette, si scoprono piccoli tesori sapienziali, che possono far diventare saggio, divertendolo, il lettore di ogni età: «Hergé insegna a ridere, a pensare, a inventare: unico verbo in tre persone», afferma Serres.

Non dovrebbe stupire la passione per Tintin in un filosofo che titola i suoi saggi filosofici Pollicino, Il mancino zoppo, Non è un mondo per vecchi. Non deve stupire neppure uno storico che recensisce il libro di un filosofo che commenta le avventure di Tintin. Infatti, tutta l’opera fantastica di Hergé è tessuta con la storia del suo tempo. Storiche sono le situazioni in cui agisce Tintin: la Russia sovietica, il Congo coloniale, gli Stati Uniti al tempo di Al Capone, l’Europa nell’epoca fascista, l’America latina dei militari golpisti, il gigantesco impianto tecnologico dove viene costruito il razzo che portò Tintin sulla Luna, disegnato nel 1953; il forsennato regno della pubblicità di massa, disegnato dieci anni dopo; fino all’attuale società dello spettacolo dell’ultimo albo, pubblicato nel 1979, dove, osserva Serres, «non accade nulla che non sia rappresentazione». Documento storico sono gli orientamenti ideologici di Hergé, riflessi nelle vignette di Tintin. Quando, nel 1929, apparve la prima avventura, Tintin nel paese dei Soviet, Hergé, cattolico e boy scout, era fieramente anticomunista, il suo mecenate era un autoritario sacerdote che ammirava Mussolini. Stereotipi razzisti apparivano nelle vignette di Tintin in Congo pubblicato nel 1931. Suo amico fu negli anni Trenta Léon Degrelle, il capo del Rexismo, un partito belga fascistizzante. Ma nel 1936, a Shanghai, Tintin difende amici cinesi dagli aggressori giapponesi e dai bianchi affaristi, che vogliono dominare gli «sporchi musi gialli», perché portano loro «i benefici della nostra bella civiltà occidentale». E nel 1939, in un regno dei Balcani, l’eroe col ciuffetto sventa un complotto contro il legittimo sovrano, ordito dal capo delle Guardie d’Acciaio Müsstler, crasi di Mussolini-Hitler. Nel 1944, Hergé fu accusato di collaborazionismo per aver pubblicato le avventure di Tintin durante l’occupazione nazista del Belgio. Ma come accade sempre a Tintin, anche Hergé ebbe un aiuto imprevisto: il partigiano Raymond Leblanc, un editore che amava Tintin, difese Hergé e nel 1946 gli affidò un periodico dedicato al suo eroe, «Le Journal de Tintin». Fu subito un successo. Che continua tuttora, ininterrotto.

Riflessione filosofica sull’opera fantastica di Hergé, il saggio di Serres è anche un appassionato inno all’amicizia, che in tempi di disincanto può emozionare persino uno storico del tragico contemporaneo. Più giovane di ventitré anni, Serres conobbe Hergé nel 1963, dopo aver scritto un articolo su di lui. Il padre di Tintin divenne il suo più caro «amico di vecchiaia»: «amico ammirevole che mi ha aiutato a vivere e pensare, che non mi ha mai creduto quando, le lacrime agli occhi, tentavo di dirgli ciò che lui veramente era. Rideva». Hergé morì il 3 marzo 1983. Aveva solo abbozzato l’ultima storia del suo eroe. Una volta disse: «Tintin sono io». Un biografo ha scritto: «Hergé, figlio di Tintin». In ogni caso, finché Tintin vivrà, vivrà Hergé mon ami.

Michel Serres, Hergé mon ami, a cura di Domenico Scalzo, traduzione di Simone Massa, Portatori d’acqua, Pesaro, pagg. 180, € 20

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