risparmio gestito

«Con i vecchi Pir finora pochi capitali all’economia reale»

di Isabella Della Valle

Imagoeconomica

5' di lettura

Entro febbraio sarà pronto il decreto attuativo che renderà operativi i nuovi Pir, sulla base di quanto previsto dalla legge di Bilancio 2019. Lo hanno reso noto il Mise e il Mef , scongiurando, quindi, il rischio che il mercato dei piani individuali di risparmio restasse bloccato per i 120 giorni previsti come termine massimo per l’emanazione del regolamento. Abbiamo chiesto a Giulio Centemero, capogruppo per la Lega in Commissione Finanze alla Camera, di spiegare le prospettive dei nuovi piani individuali di risparmio alla luce delle novità legislative.

Onorevole Centemero, l’aspetto più critico circa le norme stabilite dalla manovra per i “nuovi Pir” è quello di snaturare un fondo aperto, mettendone a rischio la liquidabilità. Che cosa risponde?

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I Pir sono stati concepiti come uno strumento di politica industriale, ossia strumento al servizio dell'economia reale, così come è avvenuto in altri Paesi Europei (Francia, Regno Unito e Germania). Inoltre mantengono la natura di fondo aperto, fatta eccezione per l’investimento nei fondi di venture capital, perché tutto il resto viene investito in titoli quotati. A essere snaturato, semmai, è il vecchio Pir perché ha gonfiato le casse di chi ha raccolto “vendendo” il sogno del made in Italy e del supporto all'economia reale e, invece, ha operato prevalentemente sul secondario, generando commissioni di trading. Guardiamo ad esempio al 2017 con i suoi circa 11 miliardi di euro raccolti da fondi Pir; di questi solo più o meno il 20% sono fondi Full Equity. Quindi considerando l’investimento medio di 13mila euro (dato Assogestioni) e l’allocazione del 3,5%, solo 91 euro (non considerando i fondi flessibili) andrebbero su Aim. Stiamo parlando dello 0,7% circa o, diversamente, di 0,25 centesimi al giorno. Diverse case di gestione hanno trasformato i fondi equity già esistenti in fondi Pir senza mutarne la politica di investimento, essendo gli stessi già Pir compliant, continuando a non investire su small cap. L'economia reale invece si supporta attraverso investimenti sul primario cioè con capitale che entra direttamente in azienda per finanziarne investimenti e assunzione di nuovo personale

Perché non avete pensato a fondi chiusi Pir compliant?

Abbiamo a cuore l’economia reale che significa nuovi posti di lavoro, nuovi investimenti, un futuro per i nostri figli. Il Parlamento non istituisce fondi ma l’obiettivo in ogni caso è chiaro: desideriamo che nasca una quantità significativa di fondi medio/piccoli sia chiusi, sia aperti che investano nel tessuto produttivo italiano e che aiutino le Pmi a reperire liquidità per crescere.

Al momento il mercato è fermo in attesa dei regolamenti attuativi che arriveranno a febbraio. Nel frattempo?

Sui vecchi Pir l’investimento può continuare senza soluzione di continuità. Per quanto riguarda i nuovi, non sono necessari regolamenti attuativi e la raccolta può cominciare da subito e usufruire dell’esenzione fiscale. Entro inizio febbraio in ogni caso è prevista la pubblicazione di un decreto che chiarirà la disciplina dei nuovi Pir soprattutto per quanto concerne la parte sul Venture Capital.

Si potrebbe intanto ipotizzare di andare avanti con le regole esistenti?
La norma parla chiaro. Le nuove regole non sono retroattive. Per chi inizia nuovi contratti ma senza raggiungere i nuovi requisiti semplicemente non è prevista l’esenzione fiscale.

Oggi i fondi di venture capital in Italia sono circa una ventina, mentre l'universo delle start-up sulle quali si potrebbe investire è poco conosciuto. Non c'è il rischio che un mercato dalle dimensioni così ridotte non sia in grado di soddisfare l'eventuale domanda da parte dei Pir di nuova istituzione?
L’esperienza francese, così come quella britannica, è esattamente all’opposto: l’afflusso di importanti capitali ha creato come conseguenza la nascita di numerosi fondi e nuovi gestori di fondi chiusi con la relativa creazione di numerose Pmi. La Francia ha vissuto negli ultimi anni un boom straordinario: l’agenzia governativa Business France riporta nel 2018 che, grazie agli incentivi fiscali e all’obbligo sostanziale per gli investitori istituzionali di sostenere le Pmi quotate e il venture capital, i risultati sono stati eclatanti: nel 2017 sono nate 591mila nuove attività, con una crescita del 6,7% rispetto all’anno precedente e gli investimenti diretti in ricerca e sviluppo hanno toccato i 47 miliardi di euro. Sempre Business France riporta che in Israele i venture capital nel 2017 hanno investito 368 dollari pro capite, negli Usa 250 e in Svezia 136. In Francia sono arrivati a 40 dollari (+15% rispetto all’anno precedente), ma l’Italia è ferma a 2 dollari pro capite investiti dai venture capital in un intero anno. Un altro risultato delle citate politiche non è solo quello di creare nuove imprese ma anche operatori che vanno a setacciare i mercati esteri alla ricerca di target su cui investire, come ad esempio Le Village di Credit Agricole a Milano.
Probabilmente i fondi di casa nostra dovrebbero assumere analisti e gestori che selezionino Pmi e start-up. E come è dimostrato dall’Aim Italia, nel medio periodo le Pmi italiane e le start-up possono dare rendimenti molto più alti. L’Italia ha uno dei più grandi volumi di risparmio a livello mondiale ma un’industria della gestione del risparmio modesta e che va accompagnata ad essere più efficiente, più performante per i suoi risparmiatori e più vicina al paese che produce il risparmio.

State collaborando con Assogestioni e con Aifi?

Mi sono incontrato con i rappresentanti di Assogestioni già in sede di prima lettura della Legge di Bilancio e conosco da anni alcuni membri Aifi.

I Pir hanno chiuso il 2018 con una raccolta di 4 miliardi, molto inferiore rispetto agli 11 incassati nel 2017. Le nuove norme non rischiano di ridimensionare ulteriormente i flussi, visto il margine di rischio superiore dei prodotti?

La raccolta sui fondi Pir nel 2018 è calata del 70% circa rispetto al 2017. Grazie alle nuove previsioni introdotte con la legge di bilancio si vuole risvegliare l’interesse per questa tipologia di fondi, con l’obiettivo di avvicinare il risparmio degli italiani all’economia reale, a beneficio di occupazione e crescita dell’intero sistema Paese. Lo Stato concede un incentivo fiscale rispetto a tale strumento ed è corretto che a fronte dello stesso si investano i soldi dei piccoli risparmiatori italiani sull’economia reale, diminuendo la volatilità, creando un ritorno anche sociale per i risparmiatori stessi e aiutando le nostre Pmi a emanciparsi dal debito favorendo il capital equity.
Inoltre in uno degli anni peggiori delle Borse mondiali, l’indice Aim Italia nel 2018 è stato uno dei migliori. Invece l’indice delle società Star (a media capitalizzazione), dove sono confluite buona parte delle masse raccolte dai cosiddetti “vecchi Pir”, ha fatto registrare una performance negativa superiore del 40% circa rispetto all’indice Aim (piccole capitalizzazione). Questo perché è stato fortemente influenzato dalle vendite da parte degli investitori esteri.
È pertanto strumentale sostenere che per l’equivalente di poco più di un caffè a settimana aumenti il rischio di un prodotto, anzi sono convinto che lo stesso venga mitigato.

Avete stime di raccolta per il 2019?

La raccolta dipenderà sicuramente anche dalla situazione economica generale, interna ed estera, ma questo seppur parziale “accorciamento della filiera” a vantaggio dell’economia reale potrà motivare i risparmiatori a investire in questo strumento.

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