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Con il voto su Rousseau uno sgorbio costituzionale e due sgarbi alle istituzioni

La scelta del Movimento 5 Stelle di dare l’ultima parola alla base rappresenta uno sgorbio costituzionale perché introduce una variabile ignota al procedimento di risoluzione delle crisi. In più, appare come uno sgarbo a Mattarella e agli stessi parlamentari pentastellati

di Carlo Melzi d'Eril e Giulio Enea Vigevani

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3' di lettura

L’accettazione dell’incarico da parte del nuovo presidente del Consiglio, condizionandolo al gradimento sulla piattaforma Rousseau del programma di governo, è condotta che contiene uno sgorbio costituzionale, nonché due sgarbi, uno al Presidente della Repubblica, l’altro al Parlamento, soprattutto al gruppo parlamentare del M5S.

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Ricordiamo cosa aveva chiesto Mattarella dopo le prime consultazioni: avrebbe conferito l’incarico di formare un Governo politico solo di fronte a una chiara maggioranza, altrimenti avrebbe sciolto le Camere. Per tutta una serie di ragioni, che pure il Presidente aveva elencato nel proprio stringato e secco messaggio, non vi era tempo per trattative di ampio respiro. Il Capo dello Stato aveva chiesto serietà a chi si proponeva di governare il Paese: evangelicamente aveva “preteso” che le parole fossero “sì, sì, no, no”. La sua precisa espressione è stata: «La crisi va risolta con decisioni chiare e in tempi brevi».

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In altri termini, seguendo la procedura chiaramente indicata dalla Costituzione, lo scioglimento del Parlamento sarebbe stato possibile, se non vi fosse stato spazio per un mandato a formare il nuovo esecutivo a persona indicata dalla maggioranza che andava formandosi, sulla base della ragionevole certezza che vi fosse la fiducia, a patto che tale maggioranza si cementasse in pochi giorni. A ciò sarebbe seguita una rapida presentazione della lista dei ministri al Quirinale, la successiva nomina del Governo, che sarebbe andato a raccogliere a stretto giro la fiducia in Parlamento.

Sia detto per inciso, questo percorso avrebbe consentito al presidente del Consiglio di riacquistare quel ruolo, previsto dalla Carta, di vertice dell’esecutivo, che provvede a formare, sia pure oggi in una logica di coalizione, e di cui è il vero punto di riferimento, al di là dei leader dei partiti che lo sostengono.

Evidentemente, una volta dato l’avvio a questa procedura, non vi è spazio per una interrogazione a soggetti estranei al dialogo istituzionale. E qui sta lo sgorbio costituzionale, e lo sgarbo al Presidente della Repubblica.

La base del M5S, attraverso la piattaforma Rousseau oppure con qualunque altro metodo, avrebbe potuto ben essere consultata prima di iniziare le trattative con il Pd o anche prima di chiuderle e di portare la proposta al Capo dello Stato. Ma nell’attuale fase, in cui Mattarella dovrebbe – a questo punto la prudenza suggerisce il condizionale – affidare l’incarico a una personalità indicata da una maggioranza coesa, almeno sul programma presentato, personalità che deve avere la ragionevole aspettativa di contare già sull’appoggio di parlamentari che ne sostengano l’azione di governo.

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Se lo sgorbio consiste nell’introdurre una variabile ignota al procedimento di risoluzione delle crisi, lo sgarbo sta nel non rispondere a tono alla domanda formulata dal Quirinale. Come detto, era stata chiesta una precisa assunzione di responsabilità da parte degli eletti, una risposta sottoposta a condizione non è una replica coerente. Insomma, Mattarella ha precisato che avrebbe conferito l’incarico solo in presenza di quadro politico chiaro. Il fatto che il partito politico di maggioranza relativa non sia in grado di dare un segnale nei tempi previsti dal Presidente significa stare sotto al minimo costituzionale accettabile.

Si badi: non è solo questione di ritardare di una settimana l’iter che dovrebbe portare al voto di fiducia. Il danno peggiore è quello di creare caos istituzionale e, con esso, alimentare quel discredito nelle istituzioni, che non hanno certo bisogno di tali depressive iniezioni.
Una simile iniziativa, va detto, costituisce anche uno sgarbo al Parlamento e, più precisamente, al gruppo parlamentare del M5S. Si tratta né più né meno della umiliazione del loro ruolo. Con l’interrogativo alla piattaforma Rousseau viene sottratta al gruppo parlamentare una delle sue attività tipiche, lasciando che sia una decisione esterna a guidare la mano dei suoi deputati e senatori. E non si tratta, come ognuno nota, di un aspetto di poco conto, ma della decisione politica più rilevante, il che costituisce una concessione a una concezione mortificante della democrazia rappresentativa. Se questo nascituro Governo doveva ripristinarne le regole, questo passaggio non va in tale direzione.

In sintesi, ecco la critica, dal punto di vista costituzionale, che può essere mossa alla proposta di ascoltare la base elettorale, dopo il secondo giro di consultazioni: un partito può essere diretto da un leader o da altre procedure interne che, se garantiscono un minimo di democraticità, sono tutte tollerabili dal punto di vista della Carta, finché però non incidono, stravolgendoli, sui procedimenti istituzionali.
Esattamente quel che vediamo accadere ora.

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