governo e parti sociali

Concertazione competitiva

di Alberto Orioli


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Ansa

3' di lettura

Dialogo sociale competitivo. Tra le tante declinazioni del rapporto tra parti sociali e governi, ondeggiante tra periodi di pura ritualità e fasi di massima sostanza, ancora mancava una gestione degli incontri affidata a una corsa a vertici tanto plenari quanto ad horas. Il presentismo (copyright De Rita) cui è condannata la “politica social” arriva anche alla nuova stagione concertativa come frutto contingente di una competizione di visibilità tra i due contraenti del patto di governo. Ben venga, comunque, se la storia ha scelto questa via.

La creazione del tavolo di concertazione permanente al ministero dello Sviluppo economico è una resipiscenza benvenuta (soprattutto se non si rivelerà soltanto un escamotage per togliere a Matteo Salvini la possibilità di organizzare altri incontri). La manovra del popolo e del governo del cambiamento aveva con sé ambizioni di riscrittura radicale del sistema fiscale e del welfare e fin da subito avrebbe dovuto avere un serrato confronto con imprese e sindacati. Che invece arriva - e non era mai accaduto - addirittura quando il testo di una legge di bilancio tanto ambiziosa ha già avuto il benestare di una delle due Camere. Anche se è noto che al Senato la manovra cambierà volto.

Giuseppe Conte ha riaperto la Sala Verde di Palazzo Chigi per ricevere i sindacati, ma l’aria non era certo quella dell’accordo di San Tommaso del luglio del ’93 che vide Carlo Azeglio Ciampi protagonista di una stagione irripetibile di concertazione.

Fin di primi passi del governo giallo-verde è stata chiara la volontà di innovare le prassi sindacali nel nome della disintermediazione sociale (già costata cara a Matteo Renzi) tanto più congeniale a chi preconizza l’avvento della democrazia diretta.

E anche platealmente il primo tavolo istituzionale aveva visto seduti i rappresentanti (un po’ improvvisati) del “lavoro agile” dei rider, presi a simbolo mediatico e generalizzato dei nuovi soggetti e della volontà di rappresentanza dei soggetti del futuro.

Il decreto dignità aveva fatto il resto, con l’idea di fondo che gli imprenditori fossero in realtà dei «prenditori» (copyright Di Maio). La fretta e un eccesso di baldanza hanno creato incidenti, come la situazione di caos nel mercato del lavoro soprattutto per i contratti a termine. E proprio chi persegue l’obiettivo di ridurre i divari sociali rischia di crearne di nuovi.

Un ritorno lento al principio di realtà e la pressione del mondo produttivo hanno indotto il governo a più miti consigli. E a una diversa consapevolezza del peso degli interlocutori: quello di chi rappresenta il vero potenziale di crescita per il Paese che passa dal rilancio degli investimenti e, per questa via, dell’occupazione e dei redditi.

Al giusto impegno di ridurre le diseguaglianze, vero male di tutto l’Occidente, si sta affiancando, a fatica, un’agenda di modernizzazione delle infrastrutture e di potenziamento delle grandi opere. Temi su cui le divergenze strategiche di Lega e 5Stelle vanno in sofferenza. E a farne le spese rischia di essere, tra l’altro, l’intero settore dell’edilizia.

Il recupero di interlocuzione con le parti sociali per essere proficuo deve trovare risposte concrete. E il vero minimo comun denominatore di quanto detto dai convenuti ai giganteschi tavoli di rappresentanza è: non finire in recessione. L’obiettivo deve essere il lavoro, inteso come frutto dell’azione dell’impresa. Che crea sviluppo e crescita, vale a dire investimenti.

Ed è per questo che, in presenza di risorse scarse e di un difficilissimo negoziato con Bruxelles, la scelta della loro allocazione diventa decisiva. L’abbattimento del cuneo fiscale che allontana oggi il costo del lavoro pagato dall’azienda dal salario netto percepito dal lavoratore è uno degli obiettivi prioritari se si vuole rilanciare l’occupazione. È un obiettivo posto più volte nel corso del tempo, ma mai affrontato con la lucidità, la determinazione e lo sforzo finanziario necessari. Il tempo stringe, ma non è finito.

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