Post Covid

La crisi dell’auto, a rischio il 40% dei concessionari

L’Automotive Dealer Report registra previsioni allarmanti per le reti di vendita. Con cali di mercato del 40% i fallimenti dei rivenditori salirebbero al 30-40%

di Maurizio Caprino

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L’Automotive Dealer Report registra previsioni allarmanti per le reti di vendita. Con cali di mercato del 40% i fallimenti dei rivenditori salirebbero al 30-40%


3' di lettura

La crisi da emergenza coronavirus e il conseguente crollo del mercato rischia di far chiudere almeno uno su cinque degli attuali concessionari auto. E c’è una previsione secondo cui le chiusure potrebbero raddoppiare. Non sono allarmi generici che vengono da una categoria, ma stime basate sull’analisi dei bilanci delle aziende del settore. Cifre che danno una nuova spiegazione del tentativo di rafforzare gli incentivi alla rottamazione, estendendoli a modelli a benzina e gasolio (si veda l’articolo ”Auto, produzione ancora in caduta”).

Le stime sono di Italia Bilanci, che da 11 anni studia e riclassifica i conti delle concessionarie, condensando le proprie analisi nell’annuale Automotive Dealer Report (Adr). Sono stati presi i bilanci 2018 (gli ultimi disponibili in modo completo), contando sul fatto che i dati 2019 già disponibili non mostrano scostamenti significativi. E si è calcolato l’impatto di due scenari che gli addetti ai lavori prefigurano nelle vendite in questi mesi segnati dal Covid-19: un calo del 30% e uno del 40%. Nella prima ipotesi, potrebbe chiudere un 20-30% dei concessionari, nella seconda si arriverebbe al 30-40%. Il tutto nonostante i supporti che le case automobilistiche hanno messo in campo per le loro reti di vendita e assistenza e le misure (cassa integrazione, garanzie sui prestiti eccetera) previste dai vari decreti legge sull’emergenza e pur ipotizzando che il capitale circolante netto non aumenti e anzi si riduca (cioè che i crediti e, soprattutto, le giacenze di prodotto si assottiglino).

Come si arriva a dati così preoccupanti? Italia Bilanci ha individuato alcuni indici di rischio ricavabili da voci dei conti aziendali 2018: reddito ante imposte, ammortamenti, posizione finanziaria netta (al lordo del deficit di cassa operativa, per stabilire quale potrebbe essere il livello di indebitamento 2020) e fatturato. Per il 2020, si sono ipotizzati cali del 30% e del 40% sia nel fatturato sia nel costo del venduto, una diminuzione del 15% nelle spese per prestazioni di servizi e un -20% nel costo del lavoro (grazie anche alla cassa integrazione).

Poi è stata definita un’area di alto rischio, in cui un concessionario si collocherebbe se avesse contemporaneamente una somma tra reddito ante imposte e ammortamenti negativa e un rapporto posizione finanziaria netta/fatturato maggiore del 20%. Si è ritenuto che, se quest’ultimo rapporto fosse invece compreso tra il 15% e il 20%, l’azienda si collocherebbe nel medio rischio.

Applicando questi parametri agli indici di bilancio dei 1.344 concessionari italiani, si è visto che già se quest’anno il mercato calasse “solo” del 30% ben 1.166 di loro (l’87,4% del totale) si ritroverebbero con una somma ricavi-ammortamenti in negativo; si arriverebbe a 1.266 (94,2%) se le vendite perdessero nel 2020 il 40%. Di questi concessionari in posizione critica per ammortamenti e ricavi, andando a vedere il parametro posizione finanziaria netta/fatturato, emerge che 247 (il 18,5% del totale) hanno difficoltà gravi anche su questo fronte (rapporto superiore al 20%) in caso di calo di mercato del 30% e si sale a 413 (31%) per un calo del 40%. Questi hanno quindi il rischio di chiusura più alto. Probabilità di chiusura minori (ma non troppo) per chi alle difficoltà su ammortamenti e ricavi unisce un rapporto tra il 15% e il 20%: sono 372 (il 27,9% del totale) con mercato in calo del 30% e 572 (42,9%) se la diminuzione arrivasse al 40%.

Sarebbe un tracollo ulteriore, dopo il dimezzamento registrato nell’ultimo decennio (nel 2009, primo anno di crisi del mercato dopo il massimo storico del 2007, si contavano 2.574 concessionari), che già ha cambiato profondamente le reti di vendita, alimentando una forte concentrazione (meno operatori, ma più grandi e multimarca), passata non di rado da operazioni traumatiche. Perdere in un solo anno il 20-40% delle aziende, con la prospettiva di ulteriori concentrazioni causate da quelle tra costruttori (si pensi alla fusione tra Fca e una Psa che ha appena inglobato Opel) sarebbe ancor più traumatico. E spiegherebbe perché anche i costruttori si uniscono alla richiesta al Governo per incentivi meno restrittivi e alla Ue per un rinvio della transizione all’elettrico: nemmeno le case automobilistiche più forti sull’elettrificazione, che ne approfitterebbero per guadagnare spazio sugli altri più in difficoltà, sarebbero in grado di gestire in “tranquillità” una decimazione così rapida dei concessionari. Anche perché non si vede alcun piano governativo per organizzare una riconversione del settore.

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