venezia

Concettuale e visionaria la danza di Claudia Castellucci

Il Leone d'Argento alla Biennale Danza 2020

di Silvia Poletti

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Verso la specie (Francesco Raffaelli)

Il Leone d'Argento alla Biennale Danza 2020


3' di lettura

Marie Chouinard, attuale responsabile della sezione danza alla Biennale di Venezia ci ha abituati a scelte estrose per i Leoni che dovrebbero premiare creatività significative e realmente influenti nell'ambito dell'arte coreografica del nostro tempo. Si ricorderà il Leone d'Oro alla carriera assegnato lo scorso anno, non senza perplessità, al quarantaquattrenne Alessandro Sciarroni, ragioniere convertitosi al teatro fisico durante gli studi universitari e gradualmente accostatosi alla coreografia concettuale, rivendicando orgoglioso la sua totale naïveté nei confronti delle regole che stanno alla base dell'arte.


Anche Claudia Castellucci, destinataria del Leone d'Argento 2020, che ritirerà il 16 ottobre a Venezia nel corso del Festival Internazionale di Danza, è in un certo senso un'autodidatta: sorella di Romeo, cofondatrice di una compagnia teatrale oggi di fama mondiale, la Socìetas, si è sempre più interessata alla relazione tra corpo e spazio, istinto e regola nel movimento al punto da dedicarsene con le attività della Stoà e oggi con quelle della Mòra.

Ascolto del corpo

Due “scuole”, se così si può dire, filosoficamente radicate nell'idea del piacere intellettuale della scoperta del sé anche attraverso l'ascolto del corpo, dei suoi ritmi e impulsi, in cui primeggia l'idea del pensiero strutturato che analizza e rende razionale, regolato, ordinato nello spazio e nel tempo, e quindi drammatico, il movimento, espressione primaria comune agli esseri umani. Non a caso la Castellucci definisce i suoi lavori balli e non danze, con un raffinato distinguo semantico che allude proprio all'origine popolare-ritualistica dei primi, così come ci hanno insegnato studiosi come Curt Sachs o Rudolf Laban. E certamente nell'elaborare la sua ricerca l'artista cesenate ha tenuto ben presente i testi dei due studiosi, come le intuizioni dei predecessori Dalcroze e Delsarte e dei loro seguaci, maestri dell'Ausdrucktanz in primis.

Potenza immaginifica

Ma, ed è questo il dato rilevante, forte di una visionarietà dalla capacità di un'‘evocazione' narrante lucida e efficace, la Castellucci ha saputo travasare anche le più basiche nozioni dinamiche e ritmiche in un personale mondo teatrale, inoltrandosi in quadri coreografici, che, nonostante la semplicità della struttura ( le figure ricorrenti sono il ritualistico cerchio o le lunghe teorie cadenzate come marce) proprio nella variazione, nella logica della composizione – a canone, a unisono- nella pulizia integerrima dei movimenti-mostrano una potenza immaginifica.

Lo si è visto in Verso la specie, pièce del 2019 presentata con successo a Civitanova Danza (un altro storico festival che ha fatto dell'emergenza virtù proponendo un cartellone ridotto, basato però su un quartetto di vere autrici - con la Castellucci, Carlson, Gribaudi e Casadei- per altrettante serate sold out). Cinque silhouettes misteriose, incappucciate e in tonache nere e scarponcini, ricordano i quaccheri o i penitenti di qualche liturgia antica. Marciano a testa bassa, reclinano le schiene, aprono le braccia che diventano segmenti in aria. Si intrecciano in carole e zigzagano rompendo, momentaneamente, le righe. Qualche passo di hornpipe irlandese rende più complesso l'ordito di passi e ritmi di questi misteriosi celebranti – cui assistono, oltre agli spettatori- tre iconici riferimenti dell'autrice dai loro ritratti esposti in scena: il musicista Olivier Messiaen, ginnasta Nadia Comaneci, il filosofo spiritualista Florenskij. Sono loro i riferimenti del sottotesto, cui evidentemente la Castellucci guarda per costruire -letteralmente- la sua ricerca didattica e la sua idea di coreografia. Ancora teoria e analisi, pensiero e riflessione, che aleggiano nel pensiero dell'autrice ma in scena riescono fortunatamente a sfuggire al rischio di un concettualismo afasico e autoreferenziale.


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