Cassazione

Concorrenza sleale per il sito web che carica video prodotti dalla Tv

Illegittima la riproduzione che si traduce nell’utilizzo economico dell’opera. Non era esercitata una critica giornalistica nè c’era un interesse pubblico a conoscere notizie già rese note

di Patrizia Maciocchi

2' di lettura

Scatta la concorrenza sleale per l’editore che pubblica sui suoi siti web i video prodotti dalla tv. La riproduzione è, infatti, libera solo quando non si traduce in una concorrenza nell’utilizzo economico dell’opera. E questo avviene se il video finisce sul sito internet di un giornale senza che la sua pubblicazione sia strumentale all’esercizio del diritto di critica, e se non c’è un interesse pubblico a conoscere contenuti già resi noti dalla rete televisiva. La Cassazione, con la sentenza n. 8270, ha respinto il ricorso di Gedi Gruppo Editoriale contro Rti, confermando la decisione della Corte di appello sulla responsabilità dell’allora “Gruppo Editoriale L'Espresso” per la violazione del diritto d’autore e la conseguente condanna a risarcire i danni all’azienda di proprietà del Gruppo Mediaset.

Critica giornalistica e interesse alla notizia

Nel mirino dei giudici di merito era finito il Gruppo Gedi per aver pubblicato, per cinque anni, nella sezione video, 125 spezzoni prodotti da Rti, «così sistematicamente e illegittimamente lucrando i relativi proventi pubblicitari». La Corte di merito aveva escluso la scriminante dell’articolo 70, comma 1, della Legge sul Diritto d'autore, perchè le pubblicazioni non riguardavano il diritto di critica giornalistica, ma configuravano un'illecita attività concorrenziale di attrazione di clientela.

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Non c’era neppure la scriminante prevista, dall’articolo 65, per la divulgazione a scopo informativo «atteso che il consistente lasso di tempo trascorso tra la prima pubblicazione delle notizie da parte di Rti e la data delle singole pubblicazioni effettuate da Gedi escludeva qualsiasi interesse pubblico alla conoscenza dei relativi contenuti, ponendosi ancora una volta sul piano dell'illecita concorrenza».

La comunanza di clientela

La Suprema corte inquadra il comportamento censurato nella concorrenza sleale (articolo 2598 del Codice civile) valorizzando la nozione di comunanza della clientela: un target analogo in grado di attrarre gli stessi inserzionisti. I giudici di legittimità chiariscono che la comunanza di clientela «non è data dall’identità soggettiva degli acquirenti dei prodotti, bensì dall’insieme dei consumatori che sentono il medesimo bisogno di mercato e, pertanto, si rivolgono a tutti i prodotti, uguali, ovvero affini o succedanei a quelli posti in commercio dall’imprenditore che lamenta la concorrenza sleale, che sono in grado di soddisfare quel bisogno».

Partendo da questa nozione “dinamica” la Corte territoriale ha dunque considerato esistente una concorrenza tra le due parti in causa anche sul mercato pubblicitario degli inserzionisti «che dal numero di utenti collegati trae certamente primaria indicazione per orientare le proprie scelte pubblicitarie». Da qui la rilevanza dell’uso non autorizzato dei contenuti messi sul portale del Gruppo Gedi.

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