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Confindustria: attuare il Patto per investire in Umbria

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di Silvia Pieraccini

2' di lettura

Sono poche ma “pesano” tanto sull’economia regionale e, oltre a produrre ricchezza e posti di lavoro, iniettano nel territorio innovazione e sostenibilità ambientale.

In Umbria le imprese a capitale estero - quelle che genericamente vengono chiamate multinazionali - hanno numeri solo apparentemente piccoli (400 sedi/stabilimenti con 11.500 addetti), visto che danno l’8,2% del valore aggiunto regionale (802 milioni su 9,7 miliardi) e quasi il 13% del fatturato (4,6 miliardi su 36).

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Il loro apporto è strategico soprattutto nell’industria, dove generano più del 20% del fatturato del settore e impiegano quasi 7mila addetti. Tra i nomi più conosciuti ci sono Nestlè, Alcantara, Knoll, Vitakraft, Tarkett, Italmatch Chemicals, Terex Operations. Gli azionisti più presenti sono tedeschi, francesi e americani. I numeri aggiornati delle imprese a capitale estero che da 40 anni – da quando è iniziato il processo di dismissione delle partecipazioni statali, in testa chimica e acciaio nell’area di Terni - hanno dato linfa al sistema produttivo regionale sono contenuti nel focus Umbria dell’Osservatorio Imprese estere realizzato da Luiss e Confindustria (curato da Anna Ruocco e Sara Landi), e presentato nelle settimane scorse nello stabilimento Nestlè-Perugina (all’epoca delle rilevazione c’era anche l’Ast di Terni, passata nel 2022 da ThyssenKrupp ad Arvedi).

L’apporto delle imprese a capitale estero è importante su tre fronti: innovazione tecnologica, sostenibilità ambientale; coinvolgimento di fornitori italiani. «Il 28% delle imprese estere umbre che operano nel settore industriale - afferma il report - produce tecnologie abilitanti, cioè strumenti, dispositivi e risorse interconnesse tra loro e alla rete Internet che consentono di migliorare i processi e creare valore aggiunto necessario a generare vantaggio competitivo». E per i territori: una multinazionale su tre coinvolge i fornitori italiani nelle proprie iniziative di riduzione dell’impatto ambientale, in particolare nel risparmio di materiali e nell’utilizzo di materie prime-seconde; praticamente tutte le multinazionali hanno relazioni con università, centri ricerca, istituzioni e imprese locali, e sono dunque ben integrate sul territorio (la quota di imprese estere con un livello di relazione medio-alto è di 12 punti percentuali superiore a quella nazionale, 44,6% contro 32,6%).

Ora la sfida per l’Umbria è attrarre nuovi investimenti esteri, anche se lo scenario geopolitico (guerra, inflazione, aumento dei costi produttivi) e l’incertezza non aiutano. Per questo il presidente degli industriali umbri Vincenzo Briziarelli sollecita l’attuazione del protocollo d’intesa, firmato nel 2021 dalla stessa Confindustria Umbria con Regione Umbria e Confindustria nazionale, per il consolidamento e l’attrazione degli investimenti esteri: «Le multinazionali e le grandi imprese sono un driver strategico per l’Umbria – afferma Briziarelli – in termini di produttività, innovazione e valorizzazione dei talenti». La speranza che i nuovi modelli di lavoro post-Covid, fatti di equilibrio tra tecnologia e natura, possano sopperire alle carenze infrastrutturali e alla ridotta dimensione aziendale che in questi anni hanno frenato la crescita dell’Umbria non può bastare.

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