l’audizione alla camera

Confindustria: no a salario minimo, più tutele con la contrattazione collettiva

Per le imprese il perimetro delle garanzie offerte al lavoratore dei contratti nazionali è ben più esteso del mero trattamento economico minimo.

di Giorgio Pogliotti


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3' di lettura

Le parti sociali, imprese e sindacati, bocciano l’introduzione del salario minimo legale in Italia. «Il perimetro delle garanzie e delle tutele offerte al lavoratore dei contratti nazionali è ben più esteso del mero trattamento economico minimo», ha sottolineato Confindustria in audizione alla commissione lavoro della Camera. Il salario non può essere trattato come una «variabile indipendente» e non può, quindi, essere fissato a «valori arbitrari», in quanto «la sua determinazione ha conseguenze dirette sul mercato del lavoro, sulle scelte delle imprese e sulla competitività della nostra economia».

Con il minimo legale di 9 euro l’Italia al primo posto tra i paesi Ocse
Mentre al Senato resta in stanby la proposta Catalfo (M5S) di introdurre il salario minimo orario di 9 euro lordi al quale agganciare i contratti che presentano livelli retributivi inferiori - anche per le resistenze all’interno della maggioranza da parte della Lega-, alla Camera dove sono state presentate 4 risoluzioni è intervenuto in audizione il direttore Area Lavoro, Welfare e Capitale umano di Confindustria, Pierangelo Albini, richiamando i dati elaborati dall'Ocse: «Tenendo conto dei livelli del costo della vita e dei tassi di cambio, 9 euro corrispondono a 11,5 dollari in parità di potere d'acquisto. Fissare il salario minimo legale a quel valore posizionerebbe il nostro paese al primo posto tra i paesi Ocse», ha detto.

PER SAPERNE DI PIÙ - Il salario minimo a 9 euro costa 6,7 miliardi alle imprese

In questa difficile operazione di determinazione della giusta misura del salario minimo legale può essere utile confrontarsi con le esperienze degli altri Paesi: «I 9 euro corrispondono all'80% del salario orario mediano registrato nel nostro Paese - ha aggiunto Albini -. È una percentuale che, considerando che la media Ocse è pari al 51%, renderebbe il nostro Paese quello con il salario minimo più disallineato rispetto al salario mediano. Se prendessimo a riferimento il rapporto tra salario minimo e salario mediano della media Ocse, il valore nel nostro Paese dovrebbe attestarsi a circa 5,74 euro».

Stimato un aumento del costo del lavoro fino a 6,7 miliardi
Senza trascurare il fatto che l'incremento delle retribuzioni, effetto della fissazione del salario minimo a 9 euro, determinerebbe un maggiore costo del lavoro compreso tra 4,3 miliardi (secondo le stime dell’Istat) e 6,7 miliardi (secondo le stime fatte in audizione dall'Inapp) che non tengono conto dell’impatto sul resto della struttura salariale. «Anche le retribuzioni dei livelli contrattuali più alti - aggiunge Albini - dovrebbero essere adeguate per mantenere la proporzione tra le retribuzioni dei diversi livelli, così come indicata dalle scale parametrali presenti in tutti contratti collettivi».

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Confindustria è anche contraria alla proposta formulata dai M5S che sia la legge a determinare il meccanismo di adeguamento dei salari al costo della vita: «Le modalità e la misura per l’adeguamento delle retribuzioni all’inflazione costituiscono uno dei temi più importanti di trattativa e di scambio contrattuale - sostiene Confindustria -. Affidare questo aspetto allo strumento legislativo determina uno svuotamento dell’esercizio dell’autonomia privata collettiva». In sostanza le due proposte targate M5S per Confindustria costituiscono un «vulnus all’autonomia negoziale collettiva», con il rischio di un «uso strumentale dell’argomento, volto ad influenzare il consenso politico»,

Sì al livello minimo di garanzia per i settori privi di contrattazione
La proposta rilanciata da Confindustria, ma condivisa anche dai sindacati, è piuttosto quella che «prende a riferimento, per la determinazione del salario minimo e per il suo adeguamento, il sistema della contrattazione collettiva espressione delle organizzazioni maggiormente rappresentative sul piano nazionale», salvo «individuare un vero e proprio livello minimo di garanzia per i settori e le attività che fossero effettivamente prive di contrattazione di riferimento, in primis per le collaborazioni coordinate e continuative».

Sciogliere il nodo della rappresentanza contro il dumping contrattuale
Contro il “lavoro povero” e il dumping contrattuale favorito dalla proliferazione di una miriade di contratti sottoscritti da organizzazioni sindacali e datoriali di dubbia rappresentatività, la strada secondo le imprese è quella di individuare i contratti di riferimento e affrontare il nodo della rappresentanza. A questo proposito Confindustria ricorda che «è un anno che il ministero del Lavoro non consente il rinnovo della convenzione, a suo tempo sottoscritta dalle parti stipulanti l’accordo interconfederale del 2014 con l’Inps, per raccogliere i dati e determinare l’effettivo grado di rappresentanza dei sindacati, in ogni settore produttivo che ha un contratto collettivo di riferimento».

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