def in parlamento

Congelare l’Iva: spunta la mini-risoluzione «condivisa»

di Marco Rogari

2' di lettura

Stop alle clausole Iva per il 2019. Su questa priorità i partiti sono sostanzialmente tutti d’accordo. E anche per questo motivo, con l’arrivo in Parlamento del Def “tendenziale” varato giovedì dal Governo Gentiloni si sta valutando la possibilità di votare, dopo il passaggio nelle commissioni speciali, una mini-risoluzione “condivisa” per impegnare esclusivamente il nuovo esecutivo a sterilizzare gli aumenti Iva, magari recuperando i quasi 12,5 miliardi necessari dalla lotta all’evasione e dalla spending review (che compare nei programmi di tutte le forze politiche). Gli altri “impegni” verrebbero posticipati in autunno con le risoluzioni sulla Nota di aggiornamento, che dovrà mettere nero su bianco il nuovo quadro programmatico.

Def, la priorità resta il taglio delle tasse sul lavoro

A considerare «efficace» e a spingere per questo percorso, è Francesco Boccia, capogruppo del Pd in commissione speciale alla Camera, anche perché «ci metterebbe al riparo da possibili fibrillazioni dei mercati» di fronte a una raffica di sollecitazioni all’esecutivo a suon di risoluzioni dei gruppi parlamentari senza il riferimento di una chiara maggioranza in Parlamento. «Senza maggioranza parlamentare chiara serve un serio senso di responsabilità, qualsiasi altra proposta in questo momento rischierebbe di dividere i tre poli presenti in Parlamento», dice Boccia. Una soluzione che potrebbe essere apprezzata anche da Forza Italia e, forse, dai Cinquestelle.

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I gruppi parlamentari stanno già lavorando alle bozze di risoluzione, e i punti di contatto cominciano a essere visibili anche sulla necessità di spingere sugli investimenti e, di fatto, sulla possibilità di ottenere l’ok di Bruxelles a nuovi spazi di “flessibilità” per rendere più indolore la prossima manovra. Anche se in questo caso non manca una differenza nelle sfumature. Con il Pd e Forza Italia pronti a mantenere gli impegni presi sui vincoli Ue, in attesa di una riforma dei trattati europei all’insegna dell’allentamento delle politiche di rigore, e con la Lega che invece non considera insormontabile il “tetto ideale” del 3% di deficit. Al M5S spetterà invece il compito di tener fede alla promessa fatta nelle ultime settimane di tenere l’asticella del deficit 2019 sotto quota 1,5 per cento: lo 0,7% in più rispetto alla previsione (ritoccata al ribasso di un decimale) dello 0,8% indicata dal Governo Gentiloni, seppure solo a “politiche invariate”, nel Def in formato “mini” approvato giovedì.

Se dovesse prevalere l’ipotesi di procedere con le risoluzioni classiche in ordine sparso, le versioni finali dei testi risentiranno sicuramente dell’esito del (lungo) confronto per la nascita di una maggioranza e la formazione di un nuovo Governo. Alcuni dei nodi, come il rafforzamento del reddito d’inclusione, la flat tax limitata solo alle fasce di reddito più basse o la riforma dei centri per l’impiego in funzione di correttivo del Jobs act sono legati all’esito delle “trattative”. C’è poi il nodo dei nodi: la riforma delle pensioni targata Fornero: da cancellare per la Lega, da correggere per Fi, da superare per il M5S e da mantenere ma con maggiore flessibilità per il Pd. Resta anche da capire se il Centrodestra opterà per una posizione unitaria. Ieri Renato Brunetta ha detto che con il Def presentato il governo-Gentiloni lascia in eredità una manovra finanziaria di fine anno da almeno 35 miliardi.

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